L’affermazione evangelica “Date a Cesare quel che è di Cesare” lascia aperto il problema: fino a che punto vi è un obbligo morale di pagare le imposte? Esclusa l’evasione (equiparata ad un furto in quanto doloso spostamento dell’onere tributario su altri), si esamina l’insegnamento del Magistero cattolico, partendo dalle drastiche affermazioni di Paolo nella Lettera ai Romani, interpretate però alla luce dell’opportunità politica di non peggiorare i rapporti tra stato romano e cattolici. Dopo un accenno all’impostazione, sorprendentemente moderna, dei gesuiti spagnoli del XVI secolo (segnatamente Francesco Suarez), si conclude che esiste un preciso obbligo morale dei consociati di contribuire al finanziamento dei servizi pubblici, a condizione che – contrariamente a quanto sostenuto da Stiglitz – l’appartenenza allo stato non sia obbligatoria (cioè esista l’opzione exit) per i cittadini. E’ ovvio infatti che la scelta di restare dimostra che i costi elevati di emigrare sono più che compensati dai vantaggi offerti dai servizi. L’attenzione è poi spostata al Magistero quale chiaramente espresso in particolare nel Catechismo della Chiesa Cattolica, dove il destinatario principale appare però il decisore politico; questi è tenuto a destinare le risorse sottratte coattivamente alla società esclusivamente a perseguire il ‘bene pubblico’: il Catechismo giunge ad asserire che a fronte di leggi ingiuste o contrarie all’ordine morale “tali disposizioni non sono obbliganti per le coscienze”. Peraltro, alla domanda iniziale non viene offerta alcuna risposta: sul piano morale non esiste un limite quantitativo a quanto dovuto, che dipende invece da molteplici fattori, primo tra questi la destinazione per il bene comune delle risorse coattivamente sottratte dallo stato.
Ma a quanto ammonta ‘Quel che è di Cesare’ ?
CARAMELLI, Vincenzino
2011-01-01
Abstract
L’affermazione evangelica “Date a Cesare quel che è di Cesare” lascia aperto il problema: fino a che punto vi è un obbligo morale di pagare le imposte? Esclusa l’evasione (equiparata ad un furto in quanto doloso spostamento dell’onere tributario su altri), si esamina l’insegnamento del Magistero cattolico, partendo dalle drastiche affermazioni di Paolo nella Lettera ai Romani, interpretate però alla luce dell’opportunità politica di non peggiorare i rapporti tra stato romano e cattolici. Dopo un accenno all’impostazione, sorprendentemente moderna, dei gesuiti spagnoli del XVI secolo (segnatamente Francesco Suarez), si conclude che esiste un preciso obbligo morale dei consociati di contribuire al finanziamento dei servizi pubblici, a condizione che – contrariamente a quanto sostenuto da Stiglitz – l’appartenenza allo stato non sia obbligatoria (cioè esista l’opzione exit) per i cittadini. E’ ovvio infatti che la scelta di restare dimostra che i costi elevati di emigrare sono più che compensati dai vantaggi offerti dai servizi. L’attenzione è poi spostata al Magistero quale chiaramente espresso in particolare nel Catechismo della Chiesa Cattolica, dove il destinatario principale appare però il decisore politico; questi è tenuto a destinare le risorse sottratte coattivamente alla società esclusivamente a perseguire il ‘bene pubblico’: il Catechismo giunge ad asserire che a fronte di leggi ingiuste o contrarie all’ordine morale “tali disposizioni non sono obbliganti per le coscienze”. Peraltro, alla domanda iniziale non viene offerta alcuna risposta: sul piano morale non esiste un limite quantitativo a quanto dovuto, che dipende invece da molteplici fattori, primo tra questi la destinazione per il bene comune delle risorse coattivamente sottratte dallo stato.File | Dimensione | Formato | |
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