“Un linguaggio tra commedia sentimentale, canzonetta, pubblicità e un po’ di hard-core”; “Una lingua a metà tra standard e Standa”; “Un misto di volgarità e sgammaticature”; “Un atto di simbolizzazione grottesca della vita giovanile”: ecco alcuni dei giudizi con i quali la critica accompagnò l’uscita dell’opera prima di Pier Vittorio Tondelli, Altri libertini, di cui ricorre quest’anno il trentennale della pubblicazione. Verdetti inequivocabili ma forse limitati alla patina esteriore, superficiale di una scrittura che offre rimandi certo più complessi. Accanto al cosiddetto «sound del parlato», marca caratterizzante dell’opera, messo in atto in primo luogo attraverso il costante ricorso al gergo giovanile, si osserva infatti un più sottile, benché ricorrente, riutilizzo di materiali della tradizione letteraria italiana, europea e nord-americana che ha come effetto una “cortocircuitazione”, in apparenza contraddittoria, provocata dall’accostamento di stili e modelli tra loro dissonanti. Entro questo procedimento, da molti assimilato alla narrativa “postmoderna”, in cui non si può però non riconoscere la lezione di Alberto Arbasino, figura centrale per la formazione dello scrittore emiliano, uno degli strumenti basilari è costituito dal riuso di antroponimi di trasparente ascendenza letteraria ad accompagnare e descrivere azioni e comportamenti dei personaggi, gli “altri libertini” (in larga parte reietti e emarginati riconducibili a differenti forme di devianza sociale), cui Tondelli offre la scena nel corso dei sei episodi del suo romanzo: Pia dei Tolomei, Caronte, il partigiano Johnny, Michele Strogoff, Holden, Ronzinante, e molti altri. Lo studio che si propone ha dunque quale ambito di indagine primario l’analisi delle dinamiche e delle possibili motivazioni di tali inattesi accostamenti onomastici e intende inserirsi, pur nei limiti intrinseci all’indagine stessa, all’interno del recente processo di rivalutazione dell’originalità di un’opera forse troppo frettolosamente relegata al ruolo di fenomeno di costume destinato a esaurirsi nel breve volgere di una stagione.

Tra "postmodernismo" e tradizione letteraria: cortocircuitazioni onomastiche in «Altri libertini» di Pier Vittorio Tondelli

BELLONE, Luca
2011

Abstract

“Un linguaggio tra commedia sentimentale, canzonetta, pubblicità e un po’ di hard-core”; “Una lingua a metà tra standard e Standa”; “Un misto di volgarità e sgammaticature”; “Un atto di simbolizzazione grottesca della vita giovanile”: ecco alcuni dei giudizi con i quali la critica accompagnò l’uscita dell’opera prima di Pier Vittorio Tondelli, Altri libertini, di cui ricorre quest’anno il trentennale della pubblicazione. Verdetti inequivocabili ma forse limitati alla patina esteriore, superficiale di una scrittura che offre rimandi certo più complessi. Accanto al cosiddetto «sound del parlato», marca caratterizzante dell’opera, messo in atto in primo luogo attraverso il costante ricorso al gergo giovanile, si osserva infatti un più sottile, benché ricorrente, riutilizzo di materiali della tradizione letteraria italiana, europea e nord-americana che ha come effetto una “cortocircuitazione”, in apparenza contraddittoria, provocata dall’accostamento di stili e modelli tra loro dissonanti. Entro questo procedimento, da molti assimilato alla narrativa “postmoderna”, in cui non si può però non riconoscere la lezione di Alberto Arbasino, figura centrale per la formazione dello scrittore emiliano, uno degli strumenti basilari è costituito dal riuso di antroponimi di trasparente ascendenza letteraria ad accompagnare e descrivere azioni e comportamenti dei personaggi, gli “altri libertini” (in larga parte reietti e emarginati riconducibili a differenti forme di devianza sociale), cui Tondelli offre la scena nel corso dei sei episodi del suo romanzo: Pia dei Tolomei, Caronte, il partigiano Johnny, Michele Strogoff, Holden, Ronzinante, e molti altri. Lo studio che si propone ha dunque quale ambito di indagine primario l’analisi delle dinamiche e delle possibili motivazioni di tali inattesi accostamenti onomastici e intende inserirsi, pur nei limiti intrinseci all’indagine stessa, all’interno del recente processo di rivalutazione dell’originalità di un’opera forse troppo frettolosamente relegata al ruolo di fenomeno di costume destinato a esaurirsi nel breve volgere di una stagione.
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L. Bellone
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