È oggi tendenza assai diffusa quella di considerare i cuccioli, umani o animali che siano, come sorte di vite in potenza, la cui caratteristica primaria è una primigenia illibatezza d'animo. Così i bambini in fasce, liberi dal giogo della socializzazione, sono letti e divulgati nei termini di una speranza primordiale, ancorché vessati inconsapevolmente da una responsabilità non richiesta, quella di essere associati alla retorica del “classe dirigente che verrà”, del “futuro”, e simili. Si profila però, fra le pieghe di quest'immaginario teso a celebrare i neonati come portatori di una benevolenza assoluta, un contro-immaginario più inquietante, anche se certamente più veritiero: il cucciolo come contenitore vuoto, pronto a essere abitato da questa o quella educazione, da questa o quella ideologia, in ultima analisi dal Bene o dal Male. A dare conto di questa visione collettiva è in primis il cinema, che fa di frequente dell'infante una figura criptica, le cui intenzioni e possibilità risultano parzialmente o del tutto indecifrabili da parte del mondo contrappostogli degli adulti. A partire da questa premessa si staglia lo sterminato panorama di un certo cinema horror ove i bambini, o in alcuni casi i neonati, data la loro sostanziale verginità socio-psichica, si fanno contenitori di un male metafisico previa possessioni (che riducono il cucciolo a una sorta di simulacro – o capsula – enunciazionale), o in casi meno gravi rapporti comunicativi “aumentati” con entità maligne. Caso emblematico è Rosemary's Baby (Polanski 1968) ove il cucciolo, appena nato, diviene involucro atto a contenere il demonio in persona, o L'esorcista (Friedkin 1973) ove similmente un antico demone abita la pelle di una bambina, o ancora Il sesto senso (Shyamalan 1999) in cui il bambino di turno è una sorta di medium fra il mondo dei vivi e quello dei morti, e così via. Dall'altro lato, contro le forze del male, si assiste all'impotenza del mondo adulto, desideroso di contrapporre il riempimento demoniaco dei cuccioli che ritiene suoi con misurate quantità di bene. Ecco quindi intersecarsi due assiologie di fondo, e cioè quella assolutistica e manichea che vede il male e il bene come poli diametrali, ma anche quella dell'adulto speculare al cucciolo, ove il primo si arroga il diritto (sussunto per ordini anagrafici) di inserire un educazione nel secondo. Quest'ultimo paradigma, interiorizzato come un unicum dalle società occidentali, è stato più volte messo in discussione in termini di immaginario, come nel celebre caso de Il signore delle mosche (Golding 1954), romanzo che vede la creazione di una micro-società gestita da ragazzi – lessema “ombrello” che racchiude in sé una variabile fascia di età solitamente intesa fra l'infanzia e l'adolescenza –, ma anche in generale tutto il “cinema per ragazzi” di derivazione spielberghiana (si pensi a E.T. l'extraterrestre, Hook – Capitan uncino, A.I. Intelligenza artificiale,...), in cui il mondo degli adulti è relegato in una posizione marginale e i sistemi di valori sono interamente gestiti da bambini e adolescenti (la cui “cucciolosità” si perpetra in un regime anagrafico non più chiaramente definito), capaci di esplorare il mondo mediante una purezza esclusiva, come nell'iconico caso de I Goonies (Donner 1985) o di Gremlins (Dante 1984), dove la salvezza del mondo è affidata proprio a ragazzi, e dove inoltre il modello del cucciolo contenitore è riproposto in versione proto-animale dal gremlin, abitabile dal bene assoluto (in questo senso simile, anche in termini fisiognomici, al tòpos del gattino), o dal male più mefitico (che lo ri-pertinentizza anche figurativamente). Obiettivo di questo saggio è dunque tracciare una semiotica del cucciolo cinematografico – in primis umano, ma anche animale – come figura attanziale in cui si incapsulano nel contempo assiologie e ideologie. Per far ciò ci si avvarrà di analisi testuali circoscritte da un lato all'universo del cinema horror, trasversalmente (come dimostra, ad esempio, il filone del J-Horror da cui molto cinema occidentale ha attinto, come nei casi di The Grudge (Shimizu 2004) e The Ring (Verbinski 2002)) costellato di cuccioli, e dall'altro al cinema (dei e) per ragazzi. Le analisi testuali permetteranno di individuare i tratti distintivi dell'immaginario dei bambini intesi come figure archetipiche incontaminate, ma anche e sopratutto inquietanti poiché sostanzialmente imperscrutabili, di identificare stilemi formali e programmi narrativi che li rendono tali, e di coglierne le specificità nei termini di una semiotica della cultura.

Baby Simulacra. Semiotica dei cuccioli al cinema come incubatori di assiologie

surace
2018

Abstract

È oggi tendenza assai diffusa quella di considerare i cuccioli, umani o animali che siano, come sorte di vite in potenza, la cui caratteristica primaria è una primigenia illibatezza d'animo. Così i bambini in fasce, liberi dal giogo della socializzazione, sono letti e divulgati nei termini di una speranza primordiale, ancorché vessati inconsapevolmente da una responsabilità non richiesta, quella di essere associati alla retorica del “classe dirigente che verrà”, del “futuro”, e simili. Si profila però, fra le pieghe di quest'immaginario teso a celebrare i neonati come portatori di una benevolenza assoluta, un contro-immaginario più inquietante, anche se certamente più veritiero: il cucciolo come contenitore vuoto, pronto a essere abitato da questa o quella educazione, da questa o quella ideologia, in ultima analisi dal Bene o dal Male. A dare conto di questa visione collettiva è in primis il cinema, che fa di frequente dell'infante una figura criptica, le cui intenzioni e possibilità risultano parzialmente o del tutto indecifrabili da parte del mondo contrappostogli degli adulti. A partire da questa premessa si staglia lo sterminato panorama di un certo cinema horror ove i bambini, o in alcuni casi i neonati, data la loro sostanziale verginità socio-psichica, si fanno contenitori di un male metafisico previa possessioni (che riducono il cucciolo a una sorta di simulacro – o capsula – enunciazionale), o in casi meno gravi rapporti comunicativi “aumentati” con entità maligne. Caso emblematico è Rosemary's Baby (Polanski 1968) ove il cucciolo, appena nato, diviene involucro atto a contenere il demonio in persona, o L'esorcista (Friedkin 1973) ove similmente un antico demone abita la pelle di una bambina, o ancora Il sesto senso (Shyamalan 1999) in cui il bambino di turno è una sorta di medium fra il mondo dei vivi e quello dei morti, e così via. Dall'altro lato, contro le forze del male, si assiste all'impotenza del mondo adulto, desideroso di contrapporre il riempimento demoniaco dei cuccioli che ritiene suoi con misurate quantità di bene. Ecco quindi intersecarsi due assiologie di fondo, e cioè quella assolutistica e manichea che vede il male e il bene come poli diametrali, ma anche quella dell'adulto speculare al cucciolo, ove il primo si arroga il diritto (sussunto per ordini anagrafici) di inserire un educazione nel secondo. Quest'ultimo paradigma, interiorizzato come un unicum dalle società occidentali, è stato più volte messo in discussione in termini di immaginario, come nel celebre caso de Il signore delle mosche (Golding 1954), romanzo che vede la creazione di una micro-società gestita da ragazzi – lessema “ombrello” che racchiude in sé una variabile fascia di età solitamente intesa fra l'infanzia e l'adolescenza –, ma anche in generale tutto il “cinema per ragazzi” di derivazione spielberghiana (si pensi a E.T. l'extraterrestre, Hook – Capitan uncino, A.I. Intelligenza artificiale,...), in cui il mondo degli adulti è relegato in una posizione marginale e i sistemi di valori sono interamente gestiti da bambini e adolescenti (la cui “cucciolosità” si perpetra in un regime anagrafico non più chiaramente definito), capaci di esplorare il mondo mediante una purezza esclusiva, come nell'iconico caso de I Goonies (Donner 1985) o di Gremlins (Dante 1984), dove la salvezza del mondo è affidata proprio a ragazzi, e dove inoltre il modello del cucciolo contenitore è riproposto in versione proto-animale dal gremlin, abitabile dal bene assoluto (in questo senso simile, anche in termini fisiognomici, al tòpos del gattino), o dal male più mefitico (che lo ri-pertinentizza anche figurativamente). Obiettivo di questo saggio è dunque tracciare una semiotica del cucciolo cinematografico – in primis umano, ma anche animale – come figura attanziale in cui si incapsulano nel contempo assiologie e ideologie. Per far ciò ci si avvarrà di analisi testuali circoscritte da un lato all'universo del cinema horror, trasversalmente (come dimostra, ad esempio, il filone del J-Horror da cui molto cinema occidentale ha attinto, come nei casi di The Grudge (Shimizu 2004) e The Ring (Verbinski 2002)) costellato di cuccioli, e dall'altro al cinema (dei e) per ragazzi. Le analisi testuali permetteranno di individuare i tratti distintivi dell'immaginario dei bambini intesi come figure archetipiche incontaminate, ma anche e sopratutto inquietanti poiché sostanzialmente imperscrutabili, di identificare stilemi formali e programmi narrativi che li rendono tali, e di coglierne le specificità nei termini di una semiotica della cultura.
E/C
1
19
http://www.ec-aiss.it/monografici/22_cuccioli/surace_16_2_2018.pdf?KT_download1=f81317314893657a5e3577c4b05a159d
cuccioli, cinema, semiotica, film, assiologie, baby, simulacra, pets, bambini, horror, gatti
surace
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