“Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.” Inghilterra rurale e mineraria, anni ’60: il passo del Vangelo secondo Matteo sulla pecorella smarrita, letto all’adunanza mattutina nella scuola frequentata dal protagonista Billy Casper, stride in modo assordante con metodi educativi impietosamente punitivi, dove i docenti usano meotdi che oggi chiameremmo senza alcun dubbio bullismo, e il Preside bacchetta le mani scagliandosi contro i nuovi costumi: “Non avete fegato… Siete delle pappemolli, dei buoni a nulla, tutti plagiati dalla televisione!” In questo sistema scolastico, che Hines nella sua “Nota” (datata 1999) definisce “rovinosamente discriminatorio”, Billy Casper è l’ultimo degli umiliati. Senza padre, lasciato allo sbando e maltrattato dalla madre e dal fratellastro minatore, consegna giornali all’alba e si addormenta sui banchi di scuola. A contatto con la Natura, però, sboccia, osserva e tocca, interagendo persino con una goccia di rugiada: “L’aveva guardata da un’altra angolazione, per coglierne i riflessi, e un raggio di sole ne aveva fatto scaturire aghi d’argento e schegge di cristallo. Si era chinato fino a toccare la goccia con la punta della lingua.” Questa sua passione culmina nel rapimento dal nido di un gheppio, un piccolo rapace. In cerca di un libro sulla falconeria, Billy tocca con mano la propria diversità anche nella Biblioteca Pubblica (“Vivi qui in città?” “No, nelle case popolari, giù nella valle.”); finisce per rubare il manuale in libreria, e grazie a giornate trascorse a leggerlo “sussurrando le parole” sviluppa una ferrea determinazione nell’addestrarlo. Finalmente possiamo leggere in italiano, e in una riuscita traduzione, A Kestrel for a Knave (letteralmente ‘Un gheppio per il garzone’), questa storia che ha affascinato migliaia di lettori anglofoni sia ragazzi sia adulti, spesso inclusa nei programmi scolastici britannici e diventata ancor più famosa grazie al film di Ken Loach Kes (uno dei suoi primi, 1969). Una narrazione che non può lasciare indifferenti perché Billy si trasfigura nel rapporto con il gheppio Kes, tirando fuori tutta la tenerezza e il carattere che il sistema sociale ed educativo hanno soffocato, compresa la rabbia contro la propria famiglia: “Hai sentito, Kes, come strillava quella vacca? Fai questo, fai quello. Devo fare tutto io in casa nostra…be’, col cazzo. Sono stufo di averli sempre addosso.” Memorabile la lunga scena in cui il professor Farthing, unico insegnante non repressivo, fa sì che Billy racconti di Kes a tutta la classe, ‘costringendolo’ a rifiorire d’entusiasmo: “ma intanto lo teneva d’occhio, come se fosse lui il falchetto che da un momento all’altro poteva avere una crisi di panico e volare via.” Questo succede in una lezione sulla differenza tra ‘fatto’ e ‘finzione’: stagliandosi contro il modello educativo utilitaristico messo a nudo già da Dickens, Farthing fa riflettere i ragazzi sulle cose della propria vita ma cerca anche di svilupparne le potenzialità immaginative. E così, quando chiede di comporre una storia di finzione, il vuoto affettivo attorno a Billy si spalanca inconsapevolmente: “Un giorno mi sveliai e mia madre mi dise Billy fai colazzione a letto stamattina e mi passò il vasoio con le uova e la panceta e il buro e la teiera col tè apena fato e fuori cera il sole”. Pieno di rispetto per l’eleganza del gheppio, il professor Farthing dà anche voce al classico tema della Natura tradita dalla modernizzazione, citando una poesia di D.H. Lawrence: “Se gli uomini fossero uomini come le lucertole sono lucertole, varrebbe la pena di guardarli.” Nel film di Loach, la fotografia di Chris Menges esalta questo tema grazie al contrasto tra il verde dei boschi e il grigio degli stabilimenti minerari, mentre la rinascita di Billy è amplificata dalla colonna sonora per flauti ed arpa di John Cameron. Utilizzando un dialetto dello Yorkshire molto stretto (che in seguito ha portato alcune versioni del film, soprattutto quella per il mercato staunitense, ad essere ri-doppiate), Kes mostra già il tipico stile quasi documentaristico di Loach, che qui utilizza soltanto un attore professionista in tutto il cast. E anticipa quel desiderio viscerale di libertà che caratterizzerà i suoi film più noti, un desiderio che Billy sente nella sua forma più pura: “Addomesticato un corno!”, dice del gheppio. “È addestrato, ma è ancora feroce e selvatico, e non gliene importa niente di nessuno, nemmeno di me. Per questo mi piace.”

Addomesticato un corno!

Deandrea Pietro
2020

Abstract

“Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.” Inghilterra rurale e mineraria, anni ’60: il passo del Vangelo secondo Matteo sulla pecorella smarrita, letto all’adunanza mattutina nella scuola frequentata dal protagonista Billy Casper, stride in modo assordante con metodi educativi impietosamente punitivi, dove i docenti usano meotdi che oggi chiameremmo senza alcun dubbio bullismo, e il Preside bacchetta le mani scagliandosi contro i nuovi costumi: “Non avete fegato… Siete delle pappemolli, dei buoni a nulla, tutti plagiati dalla televisione!” In questo sistema scolastico, che Hines nella sua “Nota” (datata 1999) definisce “rovinosamente discriminatorio”, Billy Casper è l’ultimo degli umiliati. Senza padre, lasciato allo sbando e maltrattato dalla madre e dal fratellastro minatore, consegna giornali all’alba e si addormenta sui banchi di scuola. A contatto con la Natura, però, sboccia, osserva e tocca, interagendo persino con una goccia di rugiada: “L’aveva guardata da un’altra angolazione, per coglierne i riflessi, e un raggio di sole ne aveva fatto scaturire aghi d’argento e schegge di cristallo. Si era chinato fino a toccare la goccia con la punta della lingua.” Questa sua passione culmina nel rapimento dal nido di un gheppio, un piccolo rapace. In cerca di un libro sulla falconeria, Billy tocca con mano la propria diversità anche nella Biblioteca Pubblica (“Vivi qui in città?” “No, nelle case popolari, giù nella valle.”); finisce per rubare il manuale in libreria, e grazie a giornate trascorse a leggerlo “sussurrando le parole” sviluppa una ferrea determinazione nell’addestrarlo. Finalmente possiamo leggere in italiano, e in una riuscita traduzione, A Kestrel for a Knave (letteralmente ‘Un gheppio per il garzone’), questa storia che ha affascinato migliaia di lettori anglofoni sia ragazzi sia adulti, spesso inclusa nei programmi scolastici britannici e diventata ancor più famosa grazie al film di Ken Loach Kes (uno dei suoi primi, 1969). Una narrazione che non può lasciare indifferenti perché Billy si trasfigura nel rapporto con il gheppio Kes, tirando fuori tutta la tenerezza e il carattere che il sistema sociale ed educativo hanno soffocato, compresa la rabbia contro la propria famiglia: “Hai sentito, Kes, come strillava quella vacca? Fai questo, fai quello. Devo fare tutto io in casa nostra…be’, col cazzo. Sono stufo di averli sempre addosso.” Memorabile la lunga scena in cui il professor Farthing, unico insegnante non repressivo, fa sì che Billy racconti di Kes a tutta la classe, ‘costringendolo’ a rifiorire d’entusiasmo: “ma intanto lo teneva d’occhio, come se fosse lui il falchetto che da un momento all’altro poteva avere una crisi di panico e volare via.” Questo succede in una lezione sulla differenza tra ‘fatto’ e ‘finzione’: stagliandosi contro il modello educativo utilitaristico messo a nudo già da Dickens, Farthing fa riflettere i ragazzi sulle cose della propria vita ma cerca anche di svilupparne le potenzialità immaginative. E così, quando chiede di comporre una storia di finzione, il vuoto affettivo attorno a Billy si spalanca inconsapevolmente: “Un giorno mi sveliai e mia madre mi dise Billy fai colazzione a letto stamattina e mi passò il vasoio con le uova e la panceta e il buro e la teiera col tè apena fato e fuori cera il sole”. Pieno di rispetto per l’eleganza del gheppio, il professor Farthing dà anche voce al classico tema della Natura tradita dalla modernizzazione, citando una poesia di D.H. Lawrence: “Se gli uomini fossero uomini come le lucertole sono lucertole, varrebbe la pena di guardarli.” Nel film di Loach, la fotografia di Chris Menges esalta questo tema grazie al contrasto tra il verde dei boschi e il grigio degli stabilimenti minerari, mentre la rinascita di Billy è amplificata dalla colonna sonora per flauti ed arpa di John Cameron. Utilizzando un dialetto dello Yorkshire molto stretto (che in seguito ha portato alcune versioni del film, soprattutto quella per il mercato staunitense, ad essere ri-doppiate), Kes mostra già il tipico stile quasi documentaristico di Loach, che qui utilizza soltanto un attore professionista in tutto il cast. E anticipa quel desiderio viscerale di libertà che caratterizzerà i suoi film più noti, un desiderio che Billy sente nella sua forma più pura: “Addomesticato un corno!”, dice del gheppio. “È addestrato, ma è ancora feroce e selvatico, e non gliene importa niente di nessuno, nemmeno di me. Per questo mi piace.”
XXXVII
11
20
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Hines, Loach, scuola, Gran Bretagna
Deandrea Pietro
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/2318/1766378
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