Il collocarsi cronotopico implica una presa di posizione ideologica, politica, estetica e, sicuramente, semiotica. L’itineranza all’interno del tempospazio si inserisce nel campo della significazione dove intervengono anche le interazioni fondamentali: oltre ad incorporare ed argomentare i panorami erratici collettivi e individuali, è necessario tener conto delle forze di natura fisica, di quegli avvenimenti che regolano fenomenicamente la fisicità su cui poi noi esperiamo significato e formuliamo interpretazioni. Lontano dall’essere una superposizione ex post, però, l’ubicazione nella sfera cronotopica è di indole interpenetrante e formante: le forze della natura non vanno solamente considerate come variabili significate e prefabbricate nella coniugazione quadrimensionale da parte degli esseri umani, ma piuttosto come entità significanti in sinergia con l’approssimazione multidimensionale categoriale e sistematizzante di ogni essere vivente. Il tempo degli oggetti e dei corpi nello spazio è dunque, innanzitutto, il tempo dei loro movimenti, delle loro relazioni, ma anche il tempo a loro attribuito attraverso il nostro sguardo che focalizza e pone attenzione captandone il meccanismo: “lo spazio è ciò che arresta lo sguardo, ciò su cui inciampa la vista: l’ostacolo: dei mattoni, un angolo, un punto di fuga: lo spazio, è quando c’ è un angolo, quando c’è un arresto, quando bisogna girare perché si ricominci.” (Perec, 2016: 119) Sebbene sia risaputo che nelle scienze esatte queste entità sono calcolabili con criteri estremamente meticolosi, sappiamo invece che nelle scienze umane tali dimensioni sono spesso intangibili, invisibili e, forse per questi stessi motivi, trascurate: riflettere sul cronotopo risulta quindi un gesto di grande attualità e necessità. Pur optando preferibilmente per la divagazione e l’erranza, tendenze defluenti talvolta in dimensioni labirintiche e fuorvianti, facciamo riferimento a Calvino che, nella rettitudine come forma geometrica e pista per avanzare testualmente, scorge invece l’infinito: “[…] preferisco affidarmi alla linea retta, nella speranza che continui all’infinito e mi renda irraggiungibile. Preferisco calcolare lungamente la mia traiettoria di fuga, aspettando di potermi lanciare come una freccia e scomparire all’orizzonte. Oppure, se troppi ostacoli mi sbarrano il cammino, calcolare la serie di segmenti rettilinei che mi portino fuori dal labirinto nel più breve tempo possibile.” (Calvino, 1988: 38) Ci immergiamo nella lunghezza, larghezza e profondità delle infinite linee che regolano lo spazio e riconosciamo nel mutuo posizionamento uno dei caratteri assiologici più urgenti da indagare. Osserviamo anche che la linearità è solamente un aspetto della polifonia tempospaziale: la linea retta così dritta e apparentemente monolitica è l’insieme d’infiniti punti discontinui e comunicanti, riedificabili nella circolarità di un tempo ciclico e sferico. Dopo brevi accenni alla relatività cronotopica, anche in relazione agli assiomi fisici e filosofici intrinseci, vedremo quindi come la prospettiva sia la chiave di lettura con la quale si costruisce la nostra interpretazione sul rapporto s-oggetto / s-oggetto e ricercheremo nell’armonia il basamento relazionale tra micro e macrosistema. È nell’arte e nel teatro che ritroviamo, per questo manoscritto, il motore propulsore di tempispazi altri. All’incorporare il tempo, includendo la categoria del tempo incorporato, ci soffermeremo su come la semiotica del corpo, oltre che quella della cultura, sia illuminante nell’affrontare i face studies: l’ultima parte sarà quindi un esercizio di metasemiotica applicata ed implicata e monitoreremo la creazione, analizzandone la drammaturgia, di Volto di cenere e suono.

Volto di cenere e suono. Cronotopi, semiotica implicata e teatro contemporaneo

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Abstract

Il collocarsi cronotopico implica una presa di posizione ideologica, politica, estetica e, sicuramente, semiotica. L’itineranza all’interno del tempospazio si inserisce nel campo della significazione dove intervengono anche le interazioni fondamentali: oltre ad incorporare ed argomentare i panorami erratici collettivi e individuali, è necessario tener conto delle forze di natura fisica, di quegli avvenimenti che regolano fenomenicamente la fisicità su cui poi noi esperiamo significato e formuliamo interpretazioni. Lontano dall’essere una superposizione ex post, però, l’ubicazione nella sfera cronotopica è di indole interpenetrante e formante: le forze della natura non vanno solamente considerate come variabili significate e prefabbricate nella coniugazione quadrimensionale da parte degli esseri umani, ma piuttosto come entità significanti in sinergia con l’approssimazione multidimensionale categoriale e sistematizzante di ogni essere vivente. Il tempo degli oggetti e dei corpi nello spazio è dunque, innanzitutto, il tempo dei loro movimenti, delle loro relazioni, ma anche il tempo a loro attribuito attraverso il nostro sguardo che focalizza e pone attenzione captandone il meccanismo: “lo spazio è ciò che arresta lo sguardo, ciò su cui inciampa la vista: l’ostacolo: dei mattoni, un angolo, un punto di fuga: lo spazio, è quando c’ è un angolo, quando c’è un arresto, quando bisogna girare perché si ricominci.” (Perec, 2016: 119) Sebbene sia risaputo che nelle scienze esatte queste entità sono calcolabili con criteri estremamente meticolosi, sappiamo invece che nelle scienze umane tali dimensioni sono spesso intangibili, invisibili e, forse per questi stessi motivi, trascurate: riflettere sul cronotopo risulta quindi un gesto di grande attualità e necessità. Pur optando preferibilmente per la divagazione e l’erranza, tendenze defluenti talvolta in dimensioni labirintiche e fuorvianti, facciamo riferimento a Calvino che, nella rettitudine come forma geometrica e pista per avanzare testualmente, scorge invece l’infinito: “[…] preferisco affidarmi alla linea retta, nella speranza che continui all’infinito e mi renda irraggiungibile. Preferisco calcolare lungamente la mia traiettoria di fuga, aspettando di potermi lanciare come una freccia e scomparire all’orizzonte. Oppure, se troppi ostacoli mi sbarrano il cammino, calcolare la serie di segmenti rettilinei che mi portino fuori dal labirinto nel più breve tempo possibile.” (Calvino, 1988: 38) Ci immergiamo nella lunghezza, larghezza e profondità delle infinite linee che regolano lo spazio e riconosciamo nel mutuo posizionamento uno dei caratteri assiologici più urgenti da indagare. Osserviamo anche che la linearità è solamente un aspetto della polifonia tempospaziale: la linea retta così dritta e apparentemente monolitica è l’insieme d’infiniti punti discontinui e comunicanti, riedificabili nella circolarità di un tempo ciclico e sferico. Dopo brevi accenni alla relatività cronotopica, anche in relazione agli assiomi fisici e filosofici intrinseci, vedremo quindi come la prospettiva sia la chiave di lettura con la quale si costruisce la nostra interpretazione sul rapporto s-oggetto / s-oggetto e ricercheremo nell’armonia il basamento relazionale tra micro e macrosistema. È nell’arte e nel teatro che ritroviamo, per questo manoscritto, il motore propulsore di tempispazi altri. All’incorporare il tempo, includendo la categoria del tempo incorporato, ci soffermeremo su come la semiotica del corpo, oltre che quella della cultura, sia illuminante nell’affrontare i face studies: l’ultima parte sarà quindi un esercizio di metasemiotica applicata ed implicata e monitoreremo la creazione, analizzandone la drammaturgia, di Volto di cenere e suono.
Cronotopi del volto
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/2318/1824302
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