Quando nel 1991 Ama Ata Aidoo diede alle stampe il romanzo Changes: A Love Story, volle premettere alla narrazione una «nota di scuse», incolpando se stessa di aver scritto «soltanto una storia d’amore», per di più scegliendo come protagonista «una giovane donna discretamente privilegiata». Le sue erano, naturalmente, scuse semiserie: attraverso le vicende sentimentali di Esi Sekyi – ricercatrice in Statistica Urbana a Accra, capitale del Ghana – Aidoo toccava argomenti cruciali, ciò che avrebbe contribuito a farne uno dei nomi più rilevanti di quella letteratura africana anglofona capace di riflettere sui grandi nodi della decolonizzazione, del neocolonialismo, e della condizione femminile (ghanese nata nel 1942, autrice di teatro, narrativa, poesia e libri per ragazzi, Aidoo fu anche ministro della pubblica istruzione nel suo paese negli anni Ottanta). La protagonista di Cambiare (tradotto adesso da Sara Amorosini per Mondadori, pp. 213, € 14,00) è una donna in carriera, divisa tra il lavoro, la figlia e un marito che vorrebbe occupare la maggior parte del tempo di sua moglie. «Perché la vita è così dura per le donne africane che hanno una professione?», si chiede Esi, e quando, frustrato, suo marito Oko la violenta, decide per il divorzio; riflettendo su quanto accaduto, la donna si renderà conto che nelle lingue tradizionali africane non esiste un termine per definire lo stupro coniugale. Nel frattempo, fa la sua comparsa nel romanzo un affascinante uomo d’affari musulmano, Ali, del quale Esi si innamora. Attraverso i suoi numerosi dialoghi con l’amica Opokuya, con la nonna, e con altri personaggi minori, viene in primo piano la condizione di oppressione femminile dovuta a quella mentalità secondo cui l’uomo è vittima di umiliazione se deve «combattere con la carriera della sua donna», ed è offeso dalla sola esistenza di una single, che rappresenterebbe un «insulto alla gloriosa mascolinità dei nostri uomini». Molti passaggi di Cambiare sono strettamente legati alla tradizione, ma non tutti si concentrano sulle contraddizioni del patriarcato e del maschilismo: il ruolo che la protagonista assegna a se stessa rispetto all’istituzione ancestrale del matrimonio, per esempio, assume tratti sfumati. Esi vorrebbe risposare Ali, ma sua nonna Nana la mette in guardia: «L’amore è ingannevolmente dolce come il vino di una palma rigogliosa all’alba (…) Ah tesoro mio, l’ultimo uomo che una donna dovrebbe mai pensare di sposare è l’uomo che ama». La donna vorrebbe il nuovo matrimonio – con un uomo già sposato – soprattutto per guadagnare più tempo da dedicare alla propria carriera. La rivalutazione dell’antica usanza della poligamia ha attirato sul romanzo il biasimo da parte di certa critica militante, in Occidente. Quando le fu chiesto conto delle scelte della sua Esi, l’autrice non usò giri di parole: «Come si può condannare del tutto la poligamia, quando la società da cui provieni l’ha considerata un principio accettabile per secoli, e non l’ha ancora abbandonata? Che arroganza è questa?». Tra i meriti del romanzo c’è il suo dare forma a una serie di contraddizioni sociali e individuali alle quali non intende trovare risposte. E anche la poligamia sfugge, in realtà, a qualsiasi tentazione apologetica: la scelta di Esi provoca l’infelicità manifesta della prima moglie di Ali, Fusena, che aveva rinunciato agli studi e al lavoro per seguire la famiglia, e che improvvisamente si ritrova come seconda moglie una donna più istruita di lei. La stessa Esi scopre ben presto che condividere un marito, accontentarsi dei suoi ritagli di tempo, può essere una scelta dolorosa. Nella società tradizionale descritta da Aidoo la poligamia (e la felicità) sono questioni collettive, che tavalicano i confini relativi alla coppia. L’autrice descrive abilmente l’inconciliabile contrasto tra le strutture tradizionali e il contesto urbano contemporaneo, fatto di individualità desideranti e nuovi ruoli sociali, sul quale quelle tradizioni si dovrebbero innestare. Dotato di una ironia sottile e a tratti beffarda, il narratore in terza persona interrompe il filo della trama a più riprese, per proporre riflessioni e rivolgersi ai lettori in tono conversazionale («Anche Esi è una donna africana? Non solo lo è, ma di questi tempi in giro come lei ce ne sono pure parecchie… Di questi tempi, di questi tempi…») – tono che la traduzione riproduce con grande sensibilità e scorrevolezza, oltre a ben integrare una ricca gamma di specificità culturali e linguistiche senza mai addomesticarle eccessivamente. Un altro esempio chiaro di questa attitudine si trova nel passaggio in cui il narratore evita dettagli sulla famiglia di Fusena: «Ora per favore non chiedetemi quali Al-Hassan di Tamale fossero. Si sa che tutti gli Al-Hassan di Tamale sono potenti. Io non voglio problemi. Quindi anche se sapessi in quale particolare gruppo rientrava la famiglia di Fusena, non lo direi». E’ una voce narrante, quella cui è affidato il romanzo, simile all’oralità di una «Storyteller» che cerca di coinvolgere il proprio pubblico, come il Leskov descritto nel celebre saggio di Walter Benjamin sul narratore. Del resto, Ama Ata Aidoo – che ha mostrato una grande versatilità e desideri di sperimentare sin dalle sue prime opere narrative, i racconti di No Sweetness Here (1970) e il romanzo Our Sister Killjoy (1977) – appartiene a quella prima generazione di autori dell’Africa occidentale (come i ghanesi Ayi Kwei Armah e Kofi Awoonor) che hanno innestato nella forma-romanzo i generi orali della tradizione, gettando così le basi per il realismo magico di autori successivi come Ben Okri, Kojo Laing e Syl Cheney-Coker. Come quei testi, anche Cambiare mescola prosa a brani scritti in versi, pagine di battute riportate come un’opera teatrale con tanto di didascalie di scena, oppure commenti sulla trama di voci esterne ai personaggi, sorta di «voci della strada» captate di sfuggita. Se la scelta matrimoniale di Esi deve fare i conti con la coralità di famiglie allargate (descritte in pagine tra le più affascinanti del romanzo), la narrazione ricorre a una pluralità di voci e di mezzi espressivi che tendono a plasmare una sorta di continuum. Come ebbe modo di dire Aidoo in una intervista nel 1997, «la letteratura orale ha caratteristiche multi-dimensionali, multi-genere, multi-questo e multi-quello. Mi pare una maniera molto più olistica di affrontare l’arte e la vita (…) perché la vita non è mai soltanto canzone, o danza, o teatro». Le vicende di Esi incarnano e restituiscono questa complessità del vivere, nella lotta contraddittoria per una qualche indipendenza, e nella sua ricerca controcorrente della felicità. Allo stesso tempo, nella storia individuale della ricercatrice ghanese protagonista di Cambiare viene rappresentata solo un frammento di complessità: come dice Nana, gli uomini, dèi dell’universo, hanno sempre divorato le donne, così come gli europei hanno divorato gli africani: «Se penso che debba essere sempre così? Certo che no. Le cose possono cambiare (.…)Ciò che ci vorrebbe è tanta riflessione e ancora più azione. Ma viene da chiedersi se siamo pronti a sforzare così tanto le nostre menti e i nostri corpi».

Esili margini di libertà in via di ridefinizione

Deandrea Pietro
2022

Abstract

Quando nel 1991 Ama Ata Aidoo diede alle stampe il romanzo Changes: A Love Story, volle premettere alla narrazione una «nota di scuse», incolpando se stessa di aver scritto «soltanto una storia d’amore», per di più scegliendo come protagonista «una giovane donna discretamente privilegiata». Le sue erano, naturalmente, scuse semiserie: attraverso le vicende sentimentali di Esi Sekyi – ricercatrice in Statistica Urbana a Accra, capitale del Ghana – Aidoo toccava argomenti cruciali, ciò che avrebbe contribuito a farne uno dei nomi più rilevanti di quella letteratura africana anglofona capace di riflettere sui grandi nodi della decolonizzazione, del neocolonialismo, e della condizione femminile (ghanese nata nel 1942, autrice di teatro, narrativa, poesia e libri per ragazzi, Aidoo fu anche ministro della pubblica istruzione nel suo paese negli anni Ottanta). La protagonista di Cambiare (tradotto adesso da Sara Amorosini per Mondadori, pp. 213, € 14,00) è una donna in carriera, divisa tra il lavoro, la figlia e un marito che vorrebbe occupare la maggior parte del tempo di sua moglie. «Perché la vita è così dura per le donne africane che hanno una professione?», si chiede Esi, e quando, frustrato, suo marito Oko la violenta, decide per il divorzio; riflettendo su quanto accaduto, la donna si renderà conto che nelle lingue tradizionali africane non esiste un termine per definire lo stupro coniugale. Nel frattempo, fa la sua comparsa nel romanzo un affascinante uomo d’affari musulmano, Ali, del quale Esi si innamora. Attraverso i suoi numerosi dialoghi con l’amica Opokuya, con la nonna, e con altri personaggi minori, viene in primo piano la condizione di oppressione femminile dovuta a quella mentalità secondo cui l’uomo è vittima di umiliazione se deve «combattere con la carriera della sua donna», ed è offeso dalla sola esistenza di una single, che rappresenterebbe un «insulto alla gloriosa mascolinità dei nostri uomini». Molti passaggi di Cambiare sono strettamente legati alla tradizione, ma non tutti si concentrano sulle contraddizioni del patriarcato e del maschilismo: il ruolo che la protagonista assegna a se stessa rispetto all’istituzione ancestrale del matrimonio, per esempio, assume tratti sfumati. Esi vorrebbe risposare Ali, ma sua nonna Nana la mette in guardia: «L’amore è ingannevolmente dolce come il vino di una palma rigogliosa all’alba (…) Ah tesoro mio, l’ultimo uomo che una donna dovrebbe mai pensare di sposare è l’uomo che ama». La donna vorrebbe il nuovo matrimonio – con un uomo già sposato – soprattutto per guadagnare più tempo da dedicare alla propria carriera. La rivalutazione dell’antica usanza della poligamia ha attirato sul romanzo il biasimo da parte di certa critica militante, in Occidente. Quando le fu chiesto conto delle scelte della sua Esi, l’autrice non usò giri di parole: «Come si può condannare del tutto la poligamia, quando la società da cui provieni l’ha considerata un principio accettabile per secoli, e non l’ha ancora abbandonata? Che arroganza è questa?». Tra i meriti del romanzo c’è il suo dare forma a una serie di contraddizioni sociali e individuali alle quali non intende trovare risposte. E anche la poligamia sfugge, in realtà, a qualsiasi tentazione apologetica: la scelta di Esi provoca l’infelicità manifesta della prima moglie di Ali, Fusena, che aveva rinunciato agli studi e al lavoro per seguire la famiglia, e che improvvisamente si ritrova come seconda moglie una donna più istruita di lei. La stessa Esi scopre ben presto che condividere un marito, accontentarsi dei suoi ritagli di tempo, può essere una scelta dolorosa. Nella società tradizionale descritta da Aidoo la poligamia (e la felicità) sono questioni collettive, che tavalicano i confini relativi alla coppia. L’autrice descrive abilmente l’inconciliabile contrasto tra le strutture tradizionali e il contesto urbano contemporaneo, fatto di individualità desideranti e nuovi ruoli sociali, sul quale quelle tradizioni si dovrebbero innestare. Dotato di una ironia sottile e a tratti beffarda, il narratore in terza persona interrompe il filo della trama a più riprese, per proporre riflessioni e rivolgersi ai lettori in tono conversazionale («Anche Esi è una donna africana? Non solo lo è, ma di questi tempi in giro come lei ce ne sono pure parecchie… Di questi tempi, di questi tempi…») – tono che la traduzione riproduce con grande sensibilità e scorrevolezza, oltre a ben integrare una ricca gamma di specificità culturali e linguistiche senza mai addomesticarle eccessivamente. Un altro esempio chiaro di questa attitudine si trova nel passaggio in cui il narratore evita dettagli sulla famiglia di Fusena: «Ora per favore non chiedetemi quali Al-Hassan di Tamale fossero. Si sa che tutti gli Al-Hassan di Tamale sono potenti. Io non voglio problemi. Quindi anche se sapessi in quale particolare gruppo rientrava la famiglia di Fusena, non lo direi». E’ una voce narrante, quella cui è affidato il romanzo, simile all’oralità di una «Storyteller» che cerca di coinvolgere il proprio pubblico, come il Leskov descritto nel celebre saggio di Walter Benjamin sul narratore. Del resto, Ama Ata Aidoo – che ha mostrato una grande versatilità e desideri di sperimentare sin dalle sue prime opere narrative, i racconti di No Sweetness Here (1970) e il romanzo Our Sister Killjoy (1977) – appartiene a quella prima generazione di autori dell’Africa occidentale (come i ghanesi Ayi Kwei Armah e Kofi Awoonor) che hanno innestato nella forma-romanzo i generi orali della tradizione, gettando così le basi per il realismo magico di autori successivi come Ben Okri, Kojo Laing e Syl Cheney-Coker. Come quei testi, anche Cambiare mescola prosa a brani scritti in versi, pagine di battute riportate come un’opera teatrale con tanto di didascalie di scena, oppure commenti sulla trama di voci esterne ai personaggi, sorta di «voci della strada» captate di sfuggita. Se la scelta matrimoniale di Esi deve fare i conti con la coralità di famiglie allargate (descritte in pagine tra le più affascinanti del romanzo), la narrazione ricorre a una pluralità di voci e di mezzi espressivi che tendono a plasmare una sorta di continuum. Come ebbe modo di dire Aidoo in una intervista nel 1997, «la letteratura orale ha caratteristiche multi-dimensionali, multi-genere, multi-questo e multi-quello. Mi pare una maniera molto più olistica di affrontare l’arte e la vita (…) perché la vita non è mai soltanto canzone, o danza, o teatro». Le vicende di Esi incarnano e restituiscono questa complessità del vivere, nella lotta contraddittoria per una qualche indipendenza, e nella sua ricerca controcorrente della felicità. Allo stesso tempo, nella storia individuale della ricercatrice ghanese protagonista di Cambiare viene rappresentata solo un frammento di complessità: come dice Nana, gli uomini, dèi dell’universo, hanno sempre divorato le donne, così come gli europei hanno divorato gli africani: «Se penso che debba essere sempre così? Certo che no. Le cose possono cambiare (.…)Ciò che ci vorrebbe è tanta riflessione e ancora più azione. Ma viene da chiedersi se siamo pronti a sforzare così tanto le nostre menti e i nostri corpi».
ALIAS DOMENICA
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Aidoo, romanzo africano, postcolonial, Ghana, gender, poligamia
Deandrea Pietro
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/2318/1854765
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