Il saggio prende in considerazione due opere di Francesco Solimena (1657– 1747), Rebecca e il servo di Abramo e Giacobbe e Rachele, conservate presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia e, grazie al recente allestimento del pian terreno, esposte nelle nuove sale dedicate ai dipinti del Sei e Settecento. Partendo da un’analisi storico-artistica e stilistica, che ha permesso di comprendere la genesi e la fortuna critica di entrambi i dipinti, a Venezia e non solo, si sono ricostruite le vicende collezionistiche delle tele solimenesche dalla commissione originaria fino ad arrivare alla vendita da parte del conte Andrea Da Mosto, avvenuta nel 1920, in favore di Gino Fogolari, Direttore delle Gallerie e Soprintendente ai musei medievali e moderni e agli oggetti d’arte di Venezia. Proprio a Fogolari spetta la ripresa dell’interesse nei confronti del pittore napoletano attraverso quello che si può ritenere il primo studio monografico sull’attività dell’artista realizzato da un critico veneziano. Attraverso un’attenta ricerca archivistica, condotta compulsando le carte inedite provenienti dall’Archivio Storico della Direzione Generale Musei del Veneto e dall’Archivio Centrale di Stato a Roma, e il recupero della bibliografia coeva e recente, si è cercato di far riemergere l’importanza a Venezia delle due tele facenti parte originariamente della collezione Baglioni e conservate prima nel loro palazzo di Rio Marin e successivamente dal 1750 in quello di San Cassiano, che influenzeranno tra gli altri gli artisti lagunari come Giovan Battista Tiepolo e Giovanni Battista Piazzetta, ma anche inquadrando l’acquisto in favore delle Gallerie dell’Accademia come frutto di una precisa scelta di gusto in linea con la generale rivalutazione critica del Sei e Settecento nella prima metà del Novecento, di cui Fogolari fu tra i precursori. Infine si è tentato di proporre una riflessione sull’autografia e sul soggetto di un’altra opera, il Lazzaro di Giuseppe Bonito, oggi nei depositi, attribuita già da Roberto Longhi a Solimena, entrata nelle collezioni museali nel 1910 dall’Ufficio di esportazione di Venezia.
Appunti intorno alle opere di Francesco Solimena delle Gallerie dell’Accademia di Venezia
Alice Cutulle'
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2024-01-01
Abstract
Il saggio prende in considerazione due opere di Francesco Solimena (1657– 1747), Rebecca e il servo di Abramo e Giacobbe e Rachele, conservate presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia e, grazie al recente allestimento del pian terreno, esposte nelle nuove sale dedicate ai dipinti del Sei e Settecento. Partendo da un’analisi storico-artistica e stilistica, che ha permesso di comprendere la genesi e la fortuna critica di entrambi i dipinti, a Venezia e non solo, si sono ricostruite le vicende collezionistiche delle tele solimenesche dalla commissione originaria fino ad arrivare alla vendita da parte del conte Andrea Da Mosto, avvenuta nel 1920, in favore di Gino Fogolari, Direttore delle Gallerie e Soprintendente ai musei medievali e moderni e agli oggetti d’arte di Venezia. Proprio a Fogolari spetta la ripresa dell’interesse nei confronti del pittore napoletano attraverso quello che si può ritenere il primo studio monografico sull’attività dell’artista realizzato da un critico veneziano. Attraverso un’attenta ricerca archivistica, condotta compulsando le carte inedite provenienti dall’Archivio Storico della Direzione Generale Musei del Veneto e dall’Archivio Centrale di Stato a Roma, e il recupero della bibliografia coeva e recente, si è cercato di far riemergere l’importanza a Venezia delle due tele facenti parte originariamente della collezione Baglioni e conservate prima nel loro palazzo di Rio Marin e successivamente dal 1750 in quello di San Cassiano, che influenzeranno tra gli altri gli artisti lagunari come Giovan Battista Tiepolo e Giovanni Battista Piazzetta, ma anche inquadrando l’acquisto in favore delle Gallerie dell’Accademia come frutto di una precisa scelta di gusto in linea con la generale rivalutazione critica del Sei e Settecento nella prima metà del Novecento, di cui Fogolari fu tra i precursori. Infine si è tentato di proporre una riflessione sull’autografia e sul soggetto di un’altra opera, il Lazzaro di Giuseppe Bonito, oggi nei depositi, attribuita già da Roberto Longhi a Solimena, entrata nelle collezioni museali nel 1910 dall’Ufficio di esportazione di Venezia.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



