Langston Hughes (1901-1967) è noto soprattutto come il poeta che ha saputo dare voce al vernacolare afro-americano, sia nella poesia scritta sia nella jazz poetry incisa su dischi. Nel 1930, quando esce il romanzo Not Without Laughter, Hughes gode già di grande popolarità per raccolte di versi come The Weary Blues (1926) che lo hanno reso protagonista di primissimo piano della Harlem Renaissance e del New Negro Movement. Durante un lungo viaggio in Unione Sovietica e Asia Centrale nel 1932 si appassiona al genere della short story, grazie anche alla lettura di D.H. Lawrence. The Ways of White Folks (1934) è la sua prima raccolta di racconti – una serie di ritratti sui rapporti razziali negli Stati Uniti di quel periodo, sempre con un occhio attento alle divisioni di classe (com’era tipico di Hughes, vicino all’intellettualità comunista). La raccolta è ancora inedita in traduzione e, più in generale, va rilevato come l’editoria italiana sembra aver dimenticato le opere di Hughes da parecchi decenni. Nel quadro di un seminario di traduzione letteraria per il corso di Letteratura Inglese magistrale (Dipartimento di Lingue, Torino, marzo-aprile 2024), ho proposto a un piccolo gruppo di studentesse e studenti di lavorare sul racconto “Home”, anch’esso incentrato su un ritorno dall’Europa. In poche pagine Hughes dipinge in maniera folgorante la spaventosa povertà post-bellica a Vienna e Berlino, dove il violinista Roy Williams si ritrova a suonare con un’orchestra jazz; il suo rientro negli Stati Uniti del 1932, devastati dalla Grande Depressione; la repressione poliziesca della cosiddetta “Bonus Army”, il movimento di veterani che chiedevano al presidente Hoover il pagamento dei bonus di guerra promessi dal governo; e soprattutto il suo ritorno nella città natale di Hopkinsville, Missouri, quando Roy si ritrova nel Sud segregato: “Per la prima volta dopo sei anni si sentiva addosso il proprio colore.” La seconda metà del racconto rivela il talento musicale del violinista Roy, che dà un concerto pubblico in una chiesa (per un pubblico misto) e si esibisce al liceo locale per bianchi di fronte a una classe musicale – il tutto con la violenza della segregazione razziale a incombere minacciosa sul protagonista. La musica riveste un ruolo cruciale anche in questo racconto di Hughes. Come scrive Adriano Elia in “Classical versus Black Music as an Identity Trope in Langston Hughes’s The Ways of White Folks (Epiphany vol. 6, n. 1, 2023), Roy Williams appartiene a una lunga tradizione di musicisti African American che si sono distinti anche in àmbito classico (fino a Nina Simone) e che sono stati spesso marginalizzati per motivi razziali. Viene anche da pensare al recente e pluripremiato film Green Book (2018), che racconta la storia del musicista Don Shirley ambientata nel 1962. Il lavoro collettivo su questo racconto si è rivelato un percorso costellato da una serie di ostacoli emblematici, per chi traduce letteratura: la prosa lirica, talvolta sognante, di alcune parti; il tono evocativo costruito su strutture anaforiche o su reti lessicali; il vernacolare African American in cui la madre di Roy esprime tutto il proprio orgoglio per il talento del figlio; realia probabilmente intraducibili come minstrel show, genere di teatro di varietà nato nell’800 con attori dal volto dipinto di nero che caricaturizzavano la gente di colore. E infine, la sempre aperta riflessione su come tradurre i termini razziali: se “Negro” al tempo non era offensivo né in inglese né in italiano, è opportuno mantenerlo in traduzione al giorno d’oggi, storicizzando così il proprio approccio traduttivo come suggerivano le studentesse e gli studenti del seminario? Magari lasciandolo in maiuscolo, per distinguerlo dall’ingiurioso “nigger”? La mia scelta finale è stata quella opposta: tradurre l’inglese “negro” con “nero” al fine di meglio distinguerlo dall’offensivo “negro” in italiano; quest’ultimo diventa così il traducente soltanto di “nigger” e “coon”, rendendo più incisiva quella carica di odio razziale che pervade il racconto. Allo stesso tempo, ho optato per storicizzare (e mantenere) la maiuscola del sostantivo inglese “Negro”, che diventa “Nero”, in riferimento a quella valenza culturale del termine che aveva portato W.E.B. Du Bois a una vera e propria campagna per l’uso della maiuscola negli anni ’20. Alla fine, come mi ricorda Susanna Basso, il traduttore deve prendersi la responsabilità della scelta: di fronte al testo, ogni traduttore è solo. Queste mie scelte personali, in ogni caso, non intaccano minimamente il lavoro di gruppo che, come spesso accade, si è rivelato un insegnamento anche per il sottoscritto. Per questo motivo ringrazio di cuore, per il loro prezioso contributo, coloro che hanno partecipato al seminario: Nawfel Amine Achour, Vjollca Avdo, Elisabetta Bucalo, Salvatore Chiellino, Valentina Concas, Beatrice Di Ciancia, Anna Di Salvio, Matteo Fantauzzi, Viola Gasparini, Mattia Nava, Giulia Paratore, Giorgia Principato, Rebecca Servi ed Elisa Sparvoli.
Langston Hughes, "Home"
Deandrea, Pietro
2025-01-01
Abstract
Langston Hughes (1901-1967) è noto soprattutto come il poeta che ha saputo dare voce al vernacolare afro-americano, sia nella poesia scritta sia nella jazz poetry incisa su dischi. Nel 1930, quando esce il romanzo Not Without Laughter, Hughes gode già di grande popolarità per raccolte di versi come The Weary Blues (1926) che lo hanno reso protagonista di primissimo piano della Harlem Renaissance e del New Negro Movement. Durante un lungo viaggio in Unione Sovietica e Asia Centrale nel 1932 si appassiona al genere della short story, grazie anche alla lettura di D.H. Lawrence. The Ways of White Folks (1934) è la sua prima raccolta di racconti – una serie di ritratti sui rapporti razziali negli Stati Uniti di quel periodo, sempre con un occhio attento alle divisioni di classe (com’era tipico di Hughes, vicino all’intellettualità comunista). La raccolta è ancora inedita in traduzione e, più in generale, va rilevato come l’editoria italiana sembra aver dimenticato le opere di Hughes da parecchi decenni. Nel quadro di un seminario di traduzione letteraria per il corso di Letteratura Inglese magistrale (Dipartimento di Lingue, Torino, marzo-aprile 2024), ho proposto a un piccolo gruppo di studentesse e studenti di lavorare sul racconto “Home”, anch’esso incentrato su un ritorno dall’Europa. In poche pagine Hughes dipinge in maniera folgorante la spaventosa povertà post-bellica a Vienna e Berlino, dove il violinista Roy Williams si ritrova a suonare con un’orchestra jazz; il suo rientro negli Stati Uniti del 1932, devastati dalla Grande Depressione; la repressione poliziesca della cosiddetta “Bonus Army”, il movimento di veterani che chiedevano al presidente Hoover il pagamento dei bonus di guerra promessi dal governo; e soprattutto il suo ritorno nella città natale di Hopkinsville, Missouri, quando Roy si ritrova nel Sud segregato: “Per la prima volta dopo sei anni si sentiva addosso il proprio colore.” La seconda metà del racconto rivela il talento musicale del violinista Roy, che dà un concerto pubblico in una chiesa (per un pubblico misto) e si esibisce al liceo locale per bianchi di fronte a una classe musicale – il tutto con la violenza della segregazione razziale a incombere minacciosa sul protagonista. La musica riveste un ruolo cruciale anche in questo racconto di Hughes. Come scrive Adriano Elia in “Classical versus Black Music as an Identity Trope in Langston Hughes’s The Ways of White Folks (Epiphany vol. 6, n. 1, 2023), Roy Williams appartiene a una lunga tradizione di musicisti African American che si sono distinti anche in àmbito classico (fino a Nina Simone) e che sono stati spesso marginalizzati per motivi razziali. Viene anche da pensare al recente e pluripremiato film Green Book (2018), che racconta la storia del musicista Don Shirley ambientata nel 1962. Il lavoro collettivo su questo racconto si è rivelato un percorso costellato da una serie di ostacoli emblematici, per chi traduce letteratura: la prosa lirica, talvolta sognante, di alcune parti; il tono evocativo costruito su strutture anaforiche o su reti lessicali; il vernacolare African American in cui la madre di Roy esprime tutto il proprio orgoglio per il talento del figlio; realia probabilmente intraducibili come minstrel show, genere di teatro di varietà nato nell’800 con attori dal volto dipinto di nero che caricaturizzavano la gente di colore. E infine, la sempre aperta riflessione su come tradurre i termini razziali: se “Negro” al tempo non era offensivo né in inglese né in italiano, è opportuno mantenerlo in traduzione al giorno d’oggi, storicizzando così il proprio approccio traduttivo come suggerivano le studentesse e gli studenti del seminario? Magari lasciandolo in maiuscolo, per distinguerlo dall’ingiurioso “nigger”? La mia scelta finale è stata quella opposta: tradurre l’inglese “negro” con “nero” al fine di meglio distinguerlo dall’offensivo “negro” in italiano; quest’ultimo diventa così il traducente soltanto di “nigger” e “coon”, rendendo più incisiva quella carica di odio razziale che pervade il racconto. Allo stesso tempo, ho optato per storicizzare (e mantenere) la maiuscola del sostantivo inglese “Negro”, che diventa “Nero”, in riferimento a quella valenza culturale del termine che aveva portato W.E.B. Du Bois a una vera e propria campagna per l’uso della maiuscola negli anni ’20. Alla fine, come mi ricorda Susanna Basso, il traduttore deve prendersi la responsabilità della scelta: di fronte al testo, ogni traduttore è solo. Queste mie scelte personali, in ogni caso, non intaccano minimamente il lavoro di gruppo che, come spesso accade, si è rivelato un insegnamento anche per il sottoscritto. Per questo motivo ringrazio di cuore, per il loro prezioso contributo, coloro che hanno partecipato al seminario: Nawfel Amine Achour, Vjollca Avdo, Elisabetta Bucalo, Salvatore Chiellino, Valentina Concas, Beatrice Di Ciancia, Anna Di Salvio, Matteo Fantauzzi, Viola Gasparini, Mattia Nava, Giulia Paratore, Giorgia Principato, Rebecca Servi ed Elisa Sparvoli.| File | Dimensione | Formato | |
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