Nel suo quinto volume autobiografico Sul far del giorno (2006; Frassinelli e La nave di Teseo) il nigeriano Wole Soyinka, primo autore dell’Africa sub-sahariana a vincere il Nobel per la Letteratura nel 1986, dedica ben quattro capitoli alla «corona di spine» del premio, una «implacabile divinità svedese della dinamite» che gli sconvolse la vita, prosciugandolo di ogni creatività, per «tre anni buttati al vento». Trentacinque anni dopo, nel 2021, il premio ritorna a uno scrittore subsahariano: lo zanzibariano-britannico Abdulrazak Gurnah ha appena pubblicato il suo primo romanzo post-Nobel, ovviamente atteso al varco. Di prima lingua swahili, Gurnah (classe 1948) lasciava Zanzibar all’età di diciotto anni per sfuggire ai disordini anti-arabi della Tanzania indipendente e rifugiarsi in Gran Bretagna, dove è diventato romanziere e raffinato studioso di letteratura postcoloniale all’Università del Kent. Con il suo naturalismo delicato e sommesso, lontano dai funambolismi verbali e mitologici di Soyinka, Gurnah ha tratteggiato memorabili figure di vittime della Storia (post)coloniale sempre in bilico tra precarietà e dignitosa resilienza – come il ragazzino protagonista di Paradiso (1994) e i migranti in Gran Bretagna di Sulla riva del mare (2001), i suoi due romanzi più conosciuti e premiati. Dopo le prime pubblicazioni per Garzanti e il Nobel, La nave di Teseo ha preso le redini delle traduzioni italiane ed esce ora con Furto (traduzione di Alberto Cristofori, pp. 357, € 22,00). Grazie al suo accattivante modo quieto di narrare, Gurnah costruisce un sofisticato romanzo di formazione imperniato su tre personaggi che crescono tra Zanzibar e la città costiera di Dar es Salaam tra gli anni ’70 e l’inizio dei 2000: il brillante studente universitario Karim, l’insegnante Fauzia e il servo Badar. I tre condividono il peso delle sofferenze e degli sbagli dei genitori, contro i quali oppongono l’anelito a una vita piena e appagante. Fauzia è oppressa dai timori famigliari per l’epilessia di cui soffriva da piccola, mentre Karim porta con sé un’infanzia segnato dal distacco della madre Raya, allontanatasi da un matrimonio forzato e degradante. Di un rifiuto genitoriale è vittima anche Badar, di qualche anno più giovane, ma in maniera molto più traumatica: costretto a lasciare la scuola una volta rimasto orfano, deve servire Raya e il nuovo marito per ripagarli di un furto che aveva commesso suo padre (in maniera simile al protagonista del precedente Paradiso). Anche in questo romanzo Gurnah tratteggia i suoi personaggi poco a poco, a pennellate leggère, ma Theft segna comunque un distacco dalle opere precedenti. Innanzi tutto lo sviluppo della trama può essere disorientante, perché l’autore prende e riprende i tre protagonisti in modi e tempi idiosincratici e poco ortodossi, senza andare troppo incontro ad aspettative tradizionali come episodi climax o focus sui personaggi principali. Fauzia, Karim e Badar sono figli della loro epoca e della loro società, che Gurnah si prende tutto l’agio di descrivere con i suoi tempi: è l’anziano giardiniere Juma a incarnare la voce dell’autore, quando racconta a modo suo al giovane Badar la storia della famiglia per cui lavorano: «Non avere fretta, disse. Sono successe molte cose. È così nella vita, succedono molte cose.» Inoltre, questa trama si concentra quasi completamente sulla dimensione personale, del quotidiano. La grande Storia compare in modo fugace, soltanto come un’eco sporadica: qualche episodio storico, lamentele sui «bastardi del governo che non hanno rubato ancora abbastanza allo stato», e più tardi il boom turistico a Zanzibar, i computer e Internet. I tre protagonisti affrontano le difficoltà della vita adulta con alterni successi, non sempre riuscendo nel proposito di «fare quello che si desidera» ed «essere coraggiosi», ed è sulla loro dimensione più intima che Gurnah progressivamente si focalizza, con uno sguardo sofisticato e benevolo sulle debolezze umane che coltiva le sfumature e non lascia spazio al contrasto smaccato tra oppressori e oppressi. Grazie alle sue capacità di sopportazione e tenacia, Badar nutre la propria sete di conoscenze, sia culturali sia affettive, che ambiscono a trasformarsi da desideri surrettizi a una realizzazione vera e propria. Prima scolaro degradato a servo, vittima del «panico che penetrava nella sua infelicità (…) si sentiva così sporco, (…) spinto alla deriva dalle uniche persone che conosceva», e di conseguenza «attratto dalla tristezza». Poi, con i limitati mezzi a disposizione arricchiti dall’aiuto di Karim e Fauzia, sempre più consapevole dei propri talenti e diritti, compreso quello all’amore e all’affetto: «A se stesso diceva con rancore, servo una volta, servo per sempre, ma non era così.» È con grande coraggio che Gurnah, con il suo classico understatement, delude l’aspettativa che vuole il romanzo postcoloniale come composto di personaggi sempre ed inevitabilmente legati alle grandi vicende storiche – una generalizzazione su cui il teorico letterario Aijaz Ahmad, nel suo seminale In Theory, aveva severamente criticato il ben più noto Fredric Jameson per aver definito i testi letterari del ‘terzo mondo’ come allegorie nazionali. E c’è una seconda aspettativa da cui l’intimismo di Gurnah si sottrae: quella che vuole la letteratura africana come pervasa di situazioni forti, siano esse esotiche o tragiche. Nel suo caustico decalogo Come scrivere dell’Africa (2005; 66thand2nd), Binyavanga Wainaina scriveva: «Argomenti tabù: ordinari quadretti domestici, amore tra africani (a meno che non includa la morte), riferimenti a (…) bimbi in età scolastica che non sono malati di framboesia, ebola o non abbiano subìto una mutilazione genitale femminile.» Furto rompe il “tabù” così come l’aveva fatto la ghanese Ama Ata Aidoo: prima con il romanzo Cambiare (1991; Oscar Mondadori) che cominciava con delle scuse per essersi rimangiata la parola: «dichiarai in un’intervista che mai avrei potuto scrivere di amori ad Accra. Certo, perché nel nostro ambiente ci sono cose più importanti di cui scrivere…?»; in seguito, curando l’antologia African Love Stories (2006). Gurnah esce dunque dal turbinio post-Nobel alzando l’asticella, rispetto alle opere precedenti. Quando Raya accenna la storia di Badar per la prima volta, Karim è preso dalla curiosità nonostante sua madre gli dica che non c’è nessun mistero: «Be’, una storia c’è, comunque,» le risponde. Certamente c’è, ed è narrata dalla sottile affabulazione di Gurnah, che ha dichiarato di aver voluto scrivere di vite non eroiche che affrontano ostacoli non eroici, ma comuni. Sul sito della statunitense National Public Radio, Andrew Limbong ha giustamente commentato che Furto è «una storia su gente che cerca lavoro, aiuta amici a trovare una casa, e cerca di capire quale si il proprio posto nel mondo. Non per contraddire il vincitore del Nobel, ma nel modo in cui è scritto da Gurnah, sembra tutto piuttosto eroico.»

Gurnah si fa giardiniere

Deandrea, Pietro
2025-01-01

Abstract

Nel suo quinto volume autobiografico Sul far del giorno (2006; Frassinelli e La nave di Teseo) il nigeriano Wole Soyinka, primo autore dell’Africa sub-sahariana a vincere il Nobel per la Letteratura nel 1986, dedica ben quattro capitoli alla «corona di spine» del premio, una «implacabile divinità svedese della dinamite» che gli sconvolse la vita, prosciugandolo di ogni creatività, per «tre anni buttati al vento». Trentacinque anni dopo, nel 2021, il premio ritorna a uno scrittore subsahariano: lo zanzibariano-britannico Abdulrazak Gurnah ha appena pubblicato il suo primo romanzo post-Nobel, ovviamente atteso al varco. Di prima lingua swahili, Gurnah (classe 1948) lasciava Zanzibar all’età di diciotto anni per sfuggire ai disordini anti-arabi della Tanzania indipendente e rifugiarsi in Gran Bretagna, dove è diventato romanziere e raffinato studioso di letteratura postcoloniale all’Università del Kent. Con il suo naturalismo delicato e sommesso, lontano dai funambolismi verbali e mitologici di Soyinka, Gurnah ha tratteggiato memorabili figure di vittime della Storia (post)coloniale sempre in bilico tra precarietà e dignitosa resilienza – come il ragazzino protagonista di Paradiso (1994) e i migranti in Gran Bretagna di Sulla riva del mare (2001), i suoi due romanzi più conosciuti e premiati. Dopo le prime pubblicazioni per Garzanti e il Nobel, La nave di Teseo ha preso le redini delle traduzioni italiane ed esce ora con Furto (traduzione di Alberto Cristofori, pp. 357, € 22,00). Grazie al suo accattivante modo quieto di narrare, Gurnah costruisce un sofisticato romanzo di formazione imperniato su tre personaggi che crescono tra Zanzibar e la città costiera di Dar es Salaam tra gli anni ’70 e l’inizio dei 2000: il brillante studente universitario Karim, l’insegnante Fauzia e il servo Badar. I tre condividono il peso delle sofferenze e degli sbagli dei genitori, contro i quali oppongono l’anelito a una vita piena e appagante. Fauzia è oppressa dai timori famigliari per l’epilessia di cui soffriva da piccola, mentre Karim porta con sé un’infanzia segnato dal distacco della madre Raya, allontanatasi da un matrimonio forzato e degradante. Di un rifiuto genitoriale è vittima anche Badar, di qualche anno più giovane, ma in maniera molto più traumatica: costretto a lasciare la scuola una volta rimasto orfano, deve servire Raya e il nuovo marito per ripagarli di un furto che aveva commesso suo padre (in maniera simile al protagonista del precedente Paradiso). Anche in questo romanzo Gurnah tratteggia i suoi personaggi poco a poco, a pennellate leggère, ma Theft segna comunque un distacco dalle opere precedenti. Innanzi tutto lo sviluppo della trama può essere disorientante, perché l’autore prende e riprende i tre protagonisti in modi e tempi idiosincratici e poco ortodossi, senza andare troppo incontro ad aspettative tradizionali come episodi climax o focus sui personaggi principali. Fauzia, Karim e Badar sono figli della loro epoca e della loro società, che Gurnah si prende tutto l’agio di descrivere con i suoi tempi: è l’anziano giardiniere Juma a incarnare la voce dell’autore, quando racconta a modo suo al giovane Badar la storia della famiglia per cui lavorano: «Non avere fretta, disse. Sono successe molte cose. È così nella vita, succedono molte cose.» Inoltre, questa trama si concentra quasi completamente sulla dimensione personale, del quotidiano. La grande Storia compare in modo fugace, soltanto come un’eco sporadica: qualche episodio storico, lamentele sui «bastardi del governo che non hanno rubato ancora abbastanza allo stato», e più tardi il boom turistico a Zanzibar, i computer e Internet. I tre protagonisti affrontano le difficoltà della vita adulta con alterni successi, non sempre riuscendo nel proposito di «fare quello che si desidera» ed «essere coraggiosi», ed è sulla loro dimensione più intima che Gurnah progressivamente si focalizza, con uno sguardo sofisticato e benevolo sulle debolezze umane che coltiva le sfumature e non lascia spazio al contrasto smaccato tra oppressori e oppressi. Grazie alle sue capacità di sopportazione e tenacia, Badar nutre la propria sete di conoscenze, sia culturali sia affettive, che ambiscono a trasformarsi da desideri surrettizi a una realizzazione vera e propria. Prima scolaro degradato a servo, vittima del «panico che penetrava nella sua infelicità (…) si sentiva così sporco, (…) spinto alla deriva dalle uniche persone che conosceva», e di conseguenza «attratto dalla tristezza». Poi, con i limitati mezzi a disposizione arricchiti dall’aiuto di Karim e Fauzia, sempre più consapevole dei propri talenti e diritti, compreso quello all’amore e all’affetto: «A se stesso diceva con rancore, servo una volta, servo per sempre, ma non era così.» È con grande coraggio che Gurnah, con il suo classico understatement, delude l’aspettativa che vuole il romanzo postcoloniale come composto di personaggi sempre ed inevitabilmente legati alle grandi vicende storiche – una generalizzazione su cui il teorico letterario Aijaz Ahmad, nel suo seminale In Theory, aveva severamente criticato il ben più noto Fredric Jameson per aver definito i testi letterari del ‘terzo mondo’ come allegorie nazionali. E c’è una seconda aspettativa da cui l’intimismo di Gurnah si sottrae: quella che vuole la letteratura africana come pervasa di situazioni forti, siano esse esotiche o tragiche. Nel suo caustico decalogo Come scrivere dell’Africa (2005; 66thand2nd), Binyavanga Wainaina scriveva: «Argomenti tabù: ordinari quadretti domestici, amore tra africani (a meno che non includa la morte), riferimenti a (…) bimbi in età scolastica che non sono malati di framboesia, ebola o non abbiano subìto una mutilazione genitale femminile.» Furto rompe il “tabù” così come l’aveva fatto la ghanese Ama Ata Aidoo: prima con il romanzo Cambiare (1991; Oscar Mondadori) che cominciava con delle scuse per essersi rimangiata la parola: «dichiarai in un’intervista che mai avrei potuto scrivere di amori ad Accra. Certo, perché nel nostro ambiente ci sono cose più importanti di cui scrivere…?»; in seguito, curando l’antologia African Love Stories (2006). Gurnah esce dunque dal turbinio post-Nobel alzando l’asticella, rispetto alle opere precedenti. Quando Raya accenna la storia di Badar per la prima volta, Karim è preso dalla curiosità nonostante sua madre gli dica che non c’è nessun mistero: «Be’, una storia c’è, comunque,» le risponde. Certamente c’è, ed è narrata dalla sottile affabulazione di Gurnah, che ha dichiarato di aver voluto scrivere di vite non eroiche che affrontano ostacoli non eroici, ma comuni. Sul sito della statunitense National Public Radio, Andrew Limbong ha giustamente commentato che Furto è «una storia su gente che cerca lavoro, aiuta amici a trovare una casa, e cerca di capire quale si il proprio posto nel mondo. Non per contraddire il vincitore del Nobel, ma nel modo in cui è scritto da Gurnah, sembra tutto piuttosto eroico.»
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https://ilmanifesto.it/abdulrazak-gurnah-giardiniere-lento
Letteratura africana, studi postcoloniali, Gurnah, Nobel, Tanzania, Zanzibar.
Deandrea, Pietro
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/2318/2081251
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