Nell’Ottocento sorsero, in Italia, istituti destinati a soggetti con disabilità senso-motoria e intellettiva: alle pionieristiche iniziative rivolte all’educazione dei sordomuti si affiancarono, successivamente, quelle avviate per i ciechi e i deficienti. È interessante notare come le varie esperienze, seppur caratterizzate da tratti peculiari e distintivi, fossero accomunate dalla volontà di assicurare ai disabili un primo livello di alfabetizzazione e l’acquisizione di un mestiere: se il possesso delle abilità strumentali della lettura e della scrittura era funzionale all’esercizio dei diritti civili, la formazione professionale consentiva un positivo inserimento nella società. Si tratta di elementi declinati secondo modalità differenti in relazione alle caratteristiche specifiche e alle problematiche connesse alla tipologia di deficit riscontrato. Nel caso dei sordomuti la proposta di un’istruzione di base era focalizzata su una forma di apprendimento attraverso i gesti e/o la parola, in quello dei ciechi sull’utilizzo del tatto e la messa a punto del sistema Braille. Nel caso degli anormali psichici si prediligeva l’istruzione individuale o a piccoli gruppi, ispirata al principio della rotazione tra l’aula e le sale di lavoro, volto ad evitare l’affaticamento. La persona non udente veniva impiegata nei laboratori di falegnameria, sartoria e tipografia, mentre il cieco poteva sviluppare la sua naturale predisposizione per la musica o trasformarsi in un abile artigiano dell’intreccio o dell’impagliatura. Il lavoro aveva un ruolo fondamentale anche nell’educazione dei deficienti. A quello manuale-educativo, finalizzato a promuovere lo sviluppo della capacità di attenzione degli alunni, si affiancavano esperienze propedeutiche all’esercizio di una professione in grado di valorizzare le attitudini individuali e di favorire l’acquisizione di un’autonomia sotto il profilo economico in linea con un’idea di scuola come preparazione alla vita. Il numero di coloro che potevano essere accolti all’interno di queste strutture era però decisamente inferiore al fabbisogno: la condizione di precarietà economica degli istituti, dovuta a forme di finanziamento prevalentemente a carico di privati e/o congregazioni religiose, non consentiva infatti, se non con rare eccezioni, di ospitare più di trenta convittori. Maggiormente penalizzate erano le donne all’interno di un sistema che, in linea con la mentalità del tempo, prevedeva una rigida separazione tra i sessi e, quindi, la necessità di provvedere ad una duplicazione di spazi (aule, dormitori, bagni, refettori). Questa battaglia in favore dell’integrazione, condotta dai pedagogisti e dagli istitutori che operavano nel settore, otterrà un primo riconoscimento, a livello legislativo, solo in epoca fascista grazie all’introduzione, con la riforma Gentile, del principio dell’istruzione obbligatoria per sordomuti e ciechi.
Istruzione e lavoro come strumenti di emancipazione per i soggetti disabili tra Otto e Novecento
Morandini M. C.
2025-01-01
Abstract
Nell’Ottocento sorsero, in Italia, istituti destinati a soggetti con disabilità senso-motoria e intellettiva: alle pionieristiche iniziative rivolte all’educazione dei sordomuti si affiancarono, successivamente, quelle avviate per i ciechi e i deficienti. È interessante notare come le varie esperienze, seppur caratterizzate da tratti peculiari e distintivi, fossero accomunate dalla volontà di assicurare ai disabili un primo livello di alfabetizzazione e l’acquisizione di un mestiere: se il possesso delle abilità strumentali della lettura e della scrittura era funzionale all’esercizio dei diritti civili, la formazione professionale consentiva un positivo inserimento nella società. Si tratta di elementi declinati secondo modalità differenti in relazione alle caratteristiche specifiche e alle problematiche connesse alla tipologia di deficit riscontrato. Nel caso dei sordomuti la proposta di un’istruzione di base era focalizzata su una forma di apprendimento attraverso i gesti e/o la parola, in quello dei ciechi sull’utilizzo del tatto e la messa a punto del sistema Braille. Nel caso degli anormali psichici si prediligeva l’istruzione individuale o a piccoli gruppi, ispirata al principio della rotazione tra l’aula e le sale di lavoro, volto ad evitare l’affaticamento. La persona non udente veniva impiegata nei laboratori di falegnameria, sartoria e tipografia, mentre il cieco poteva sviluppare la sua naturale predisposizione per la musica o trasformarsi in un abile artigiano dell’intreccio o dell’impagliatura. Il lavoro aveva un ruolo fondamentale anche nell’educazione dei deficienti. A quello manuale-educativo, finalizzato a promuovere lo sviluppo della capacità di attenzione degli alunni, si affiancavano esperienze propedeutiche all’esercizio di una professione in grado di valorizzare le attitudini individuali e di favorire l’acquisizione di un’autonomia sotto il profilo economico in linea con un’idea di scuola come preparazione alla vita. Il numero di coloro che potevano essere accolti all’interno di queste strutture era però decisamente inferiore al fabbisogno: la condizione di precarietà economica degli istituti, dovuta a forme di finanziamento prevalentemente a carico di privati e/o congregazioni religiose, non consentiva infatti, se non con rare eccezioni, di ospitare più di trenta convittori. Maggiormente penalizzate erano le donne all’interno di un sistema che, in linea con la mentalità del tempo, prevedeva una rigida separazione tra i sessi e, quindi, la necessità di provvedere ad una duplicazione di spazi (aule, dormitori, bagni, refettori). Questa battaglia in favore dell’integrazione, condotta dai pedagogisti e dagli istitutori che operavano nel settore, otterrà un primo riconoscimento, a livello legislativo, solo in epoca fascista grazie all’introduzione, con la riforma Gentile, del principio dell’istruzione obbligatoria per sordomuti e ciechi.| File | Dimensione | Formato | |
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