Attraverso l’analisi di Honeyland (2019) il presente contributo intende valersi dell’ambito privilegiato dell’ecocinema per indagare la cosiddetta “impronta filmica”. L’esordio dei registi nord-macedoni Tamara Kotevska e Ljubomir Stefanov si rivela infatti un modello esemplare di documentario ambientalista contemporaneo attento anche alla sostenibilità ecologica della sua realizzazione. All’analisi della dimensione tematica, che testimonia i rischi a cui la crisi ambientale espone l’apicoltura, si sovrappone dunque un approccio materialistico che considera la sostenibilità delle procedure tecno-estetiche messe in atto dai due cineasti insieme ai due coautori della fotografia Fejmi Daut & Samir Ljuma. Cosicché la scelta della strumentazione e la pianificazione logistica delle riprese, ad esempio, risultano questioni cruciali che ampliano la narrativa documentale e ambientale di Honeyland e perseguono una (meta)sostenibilità anche creativa e realizzativa. La sensibilizzazione sull’incidenza dell’impronta filmica, ossia dell’indicatore di usura delle risorse presenti nell’ambiente circostante da parte delle produzioni audiovisive, costituisce un esercizio di realismo sempre più opportuno per gli studi sui media audiovisivi nell’era della globalizzazione. E la sostenibilità ambientale, tematizzata in senso narrativo e difesa in senso realizzativo nel documentarismo, diviene una sfida concettuale da affrontare per la comprensione della prassi anche nei prodotti audiovisivi di finzione.
Sostenibilità socio-ecologica e tecno-estetica della prassi audiovisiva
Alberto Spadafora
First
2025-01-01
Abstract
Attraverso l’analisi di Honeyland (2019) il presente contributo intende valersi dell’ambito privilegiato dell’ecocinema per indagare la cosiddetta “impronta filmica”. L’esordio dei registi nord-macedoni Tamara Kotevska e Ljubomir Stefanov si rivela infatti un modello esemplare di documentario ambientalista contemporaneo attento anche alla sostenibilità ecologica della sua realizzazione. All’analisi della dimensione tematica, che testimonia i rischi a cui la crisi ambientale espone l’apicoltura, si sovrappone dunque un approccio materialistico che considera la sostenibilità delle procedure tecno-estetiche messe in atto dai due cineasti insieme ai due coautori della fotografia Fejmi Daut & Samir Ljuma. Cosicché la scelta della strumentazione e la pianificazione logistica delle riprese, ad esempio, risultano questioni cruciali che ampliano la narrativa documentale e ambientale di Honeyland e perseguono una (meta)sostenibilità anche creativa e realizzativa. La sensibilizzazione sull’incidenza dell’impronta filmica, ossia dell’indicatore di usura delle risorse presenti nell’ambiente circostante da parte delle produzioni audiovisive, costituisce un esercizio di realismo sempre più opportuno per gli studi sui media audiovisivi nell’era della globalizzazione. E la sostenibilità ambientale, tematizzata in senso narrativo e difesa in senso realizzativo nel documentarismo, diviene una sfida concettuale da affrontare per la comprensione della prassi anche nei prodotti audiovisivi di finzione.| File | Dimensione | Formato | |
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