Gli studi sociologici sulle famiglie sono a lungo stati dominati dall’approccio funzionalista, il quale, partendo da un’idea normativa di famiglia, lascia fuori (o interpreta come disfunzionali) le costruzioni famigliari che non si allineano al modello dominante. Come molto spesso avviene, sono state le spinte dei movimenti (prima quelli studenteschi e femministi, poi quelli LGBT+) a mettere in discussione le costruzioni sociali intorno ai concetti di famiglia, relazione, intimità e affettività, criticando radicalmente le normatività che legittimano culturalmente e giuridicamente alcune famiglie e affettività rispetto ad altre. Le sollecitazioni provenienti dall’attivismo hanno favorito un ampliamento dello sguardo anche dal punto di vista accademico. Fondamentali, in questo senso, sono stati gli approcci performativi allo studio del genere, delle relazioni e della famiglia che si sono allontanati da uno sguardo che pretendeva di definire a priori l’oggetto di analisi, spostando il focus sulle pratiche con cui il genere, le relazioni e le famiglie vengono costruite (si fanno) nella vita quotidiana. Nel contesto dello studio delle famiglie, gli approcci performativi si sono tradotti in una pluralizzazione del concetto. All’interno di questo processo, trovano spazio le famiglie costituite da soggetti o relazioni non eterosessuali e/o non cisgender. Come sottolineano Guerzoni, Nothdurfter e Trappolin nella presentazione del loro testo, se a livello internazionale i primi studi sulle famiglie LGBT+ hanno iniziato a comparire già a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, le prime ricerche italiane si fanno attendere fino alla fine degli anni Novanta del secolo scorso. Questo interesse tardivo da parte dell’accademia riflette un ritardo più generale nell’emersione delle famiglie LGBT+ come oggetto di dibattito pubblico.

Allargare lo sguardo: storie di famiglie non etero-cis tra bio-normativismo e desiderio di legittimazione

Nicole Braida
2025-01-01

Abstract

Gli studi sociologici sulle famiglie sono a lungo stati dominati dall’approccio funzionalista, il quale, partendo da un’idea normativa di famiglia, lascia fuori (o interpreta come disfunzionali) le costruzioni famigliari che non si allineano al modello dominante. Come molto spesso avviene, sono state le spinte dei movimenti (prima quelli studenteschi e femministi, poi quelli LGBT+) a mettere in discussione le costruzioni sociali intorno ai concetti di famiglia, relazione, intimità e affettività, criticando radicalmente le normatività che legittimano culturalmente e giuridicamente alcune famiglie e affettività rispetto ad altre. Le sollecitazioni provenienti dall’attivismo hanno favorito un ampliamento dello sguardo anche dal punto di vista accademico. Fondamentali, in questo senso, sono stati gli approcci performativi allo studio del genere, delle relazioni e della famiglia che si sono allontanati da uno sguardo che pretendeva di definire a priori l’oggetto di analisi, spostando il focus sulle pratiche con cui il genere, le relazioni e le famiglie vengono costruite (si fanno) nella vita quotidiana. Nel contesto dello studio delle famiglie, gli approcci performativi si sono tradotti in una pluralizzazione del concetto. All’interno di questo processo, trovano spazio le famiglie costituite da soggetti o relazioni non eterosessuali e/o non cisgender. Come sottolineano Guerzoni, Nothdurfter e Trappolin nella presentazione del loro testo, se a livello internazionale i primi studi sulle famiglie LGBT+ hanno iniziato a comparire già a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, le prime ricerche italiane si fanno attendere fino alla fine degli anni Novanta del secolo scorso. Questo interesse tardivo da parte dell’accademia riflette un ritardo più generale nell’emersione delle famiglie LGBT+ come oggetto di dibattito pubblico.
2025
6
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33
http://riviste.morlacchilibri.com/index.php/indiscipline/issue/view/38
Nicole Braida
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