La polarizzazione del discorso pubblico sul conflitto israelo-palestinese ha investito anche le università europee, trasformando luoghi di elaborazione critica in spazi di adesione ideologica. Il riconoscimento dello Stato di Palestina, pur privo di una statualità effettiva, ha riattivato tensioni simboliche e geopolitiche che rischiano di legittimare entità non pluraliste e di consolidare narrazioni identitarie fondate sull’opposizione. In questo quadro, l’educazione diventa infrastruttura del conflitto: a Gaza, la pedagogia dell’odio promossa da Hamas costruisce il nemico come figura assoluta, mentre in Israele il dissenso è parte integrante del sistema educativo e universitario. Il boicottaggio accademico contro Israele, diffuso in numerosi atenei occidentali, rivela un doppio standard che ignora la pluralità interna e penalizza proprio le voci critiche. L’università, per sua natura, non può essere neutra: deve scegliere se essere spazio di elaborazione o di propaganda, di ascolto o di censura. La proposta di ridefinire l’identità palestinese in chiave generativa — non più fondata sul rifiuto dell’altro ma sulla costruzione di senso — apre una prospettiva teologica e politica che interpella anche l’Europa. Pensare contro se stessi, come suggeriva Edward Said, è oggi l’unico gesto intellettuale capace di trasformare la memoria in futuro.

Narrazioni blindate e dissenso negato: Gaza, Israele e il ruolo critico dell’università nella costruzione della pace.

Daniela Santus
2025-01-01

Abstract

La polarizzazione del discorso pubblico sul conflitto israelo-palestinese ha investito anche le università europee, trasformando luoghi di elaborazione critica in spazi di adesione ideologica. Il riconoscimento dello Stato di Palestina, pur privo di una statualità effettiva, ha riattivato tensioni simboliche e geopolitiche che rischiano di legittimare entità non pluraliste e di consolidare narrazioni identitarie fondate sull’opposizione. In questo quadro, l’educazione diventa infrastruttura del conflitto: a Gaza, la pedagogia dell’odio promossa da Hamas costruisce il nemico come figura assoluta, mentre in Israele il dissenso è parte integrante del sistema educativo e universitario. Il boicottaggio accademico contro Israele, diffuso in numerosi atenei occidentali, rivela un doppio standard che ignora la pluralità interna e penalizza proprio le voci critiche. L’università, per sua natura, non può essere neutra: deve scegliere se essere spazio di elaborazione o di propaganda, di ascolto o di censura. La proposta di ridefinire l’identità palestinese in chiave generativa — non più fondata sul rifiuto dell’altro ma sulla costruzione di senso — apre una prospettiva teologica e politica che interpella anche l’Europa. Pensare contro se stessi, come suggeriva Edward Said, è oggi l’unico gesto intellettuale capace di trasformare la memoria in futuro.
2025
20
10
62
82
https://riviste.unimi.it/index.php/SED/article/view/30592
Università, conflitto, peacebuilding, Israele, Palestina
Daniela Santus
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