Negli anni Sessanta la nuova sinistra italiana si interessò in maniera crescente ai movimenti di protesta degli Stati Uniti, la cosiddetta “altra America”, in particolare alle mobilitazioni per i diritti civili e al Black Power. La popolazione afroamericana rappresentava, secondo i militanti italiani, l’avanguardia della lotta rivoluzionaria nel cuore del capitalismo, e la sua condizione sociale – espunta delle coordinate razziali – veniva sovrapposta a quella degli operai nelle metropoli industriali europee. Questa interpretazione impedì l’articolazione di un discorso sulla “linea del colore” come dispositivo di oppressione ed emarginazione sistemica, sposando implicitamente l’idea che l’oppressione razziale fosse un fattore subordinato all’oppressione di classe. La comprensione delle dinamiche razziali negli Stati Uniti fu quindi viziata da un punto di vista che, in Italia, le identificava principalmente come “un problema di sfruttamento”. La complessità di questo dibattito non conobbe mai un’elaborazione definitiva nella Nuova sinistra, anche quando fu affrontato dalla riflessione femminista. Allo stesso tempo, la creazione di reti di scambio con la New Left americana permise lo sviluppo, ancorché embrionale, di una nuova sensibilità antirazzista, distante dal dogmatismo marxista-leninista. Il saggio si propone di avanzare alcune domande di ricerca sulla ricezione e la ri-significazione delle categorie razziali da parte della Nuova sinistra italiana degli anni Sessanta e Settanta, a partire dalle dinamiche relazionali che furono innescate dall’incontro con i movimenti di protesta degli Stati Uniti.
Una questione di sfruttamento? Razza, razzismo e linea del colore: la nuova sinistra italiana e il movimento afroamericano
Tommaso Rebora
2025-01-01
Abstract
Negli anni Sessanta la nuova sinistra italiana si interessò in maniera crescente ai movimenti di protesta degli Stati Uniti, la cosiddetta “altra America”, in particolare alle mobilitazioni per i diritti civili e al Black Power. La popolazione afroamericana rappresentava, secondo i militanti italiani, l’avanguardia della lotta rivoluzionaria nel cuore del capitalismo, e la sua condizione sociale – espunta delle coordinate razziali – veniva sovrapposta a quella degli operai nelle metropoli industriali europee. Questa interpretazione impedì l’articolazione di un discorso sulla “linea del colore” come dispositivo di oppressione ed emarginazione sistemica, sposando implicitamente l’idea che l’oppressione razziale fosse un fattore subordinato all’oppressione di classe. La comprensione delle dinamiche razziali negli Stati Uniti fu quindi viziata da un punto di vista che, in Italia, le identificava principalmente come “un problema di sfruttamento”. La complessità di questo dibattito non conobbe mai un’elaborazione definitiva nella Nuova sinistra, anche quando fu affrontato dalla riflessione femminista. Allo stesso tempo, la creazione di reti di scambio con la New Left americana permise lo sviluppo, ancorché embrionale, di una nuova sensibilità antirazzista, distante dal dogmatismo marxista-leninista. Il saggio si propone di avanzare alcune domande di ricerca sulla ricezione e la ri-significazione delle categorie razziali da parte della Nuova sinistra italiana degli anni Sessanta e Settanta, a partire dalle dinamiche relazionali che furono innescate dall’incontro con i movimenti di protesta degli Stati Uniti.| File | Dimensione | Formato | |
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