Del potenziale dei rituali musicali in termini di auto riconoscimento collettivo e di strumento di comunicazione presso le moltitudini si era bene accorto Mazzini sin dagli anni Trenta, dedicando due saggi militanti al teatro parlato e cantato, e ponendo al centro della sua riflessione la musica «sola favella comune a tutte [le] nazioni». Una nuova epoca di successo per gli inni di popolo arrivò con il «Calendimaggio della rivoluzione italiana» annunciato da Dall’Ongaro: l’elezione di Pio IX suscitò pubblici tridui immediatamente accompagnati da rituali sonori. La concessione dell’amnistia del 1846 fu salutata dal Grido di esultazione riconoscente di Rossini (in effetti una rielaborazione del Coro dei Bardi da La donna del lago), e nei mesi seguenti si accavallarono composizioni ad hoc e riletture nuove, alla luce dell’attualità politica, di frammenti di Bellini e di Verdi. Nel giro di pochi mesi fu tutto un fiorire di inni corali in onore del papa, fino all’apice delle celebrazioni del primo anno di pontificato (luglio 1847). La nascita e i primi passi del canto destinato a divenire il nostro inno nazionale si collocano proprio in quei frangenti e si intrecciano agli eventi dello scorcio del 1847, tra le riforme concesse da Carlo Alberto alla fine di ottobre, l’usuale viaggio del re a Genova di fine anno e le commemorazioni della cacciata degli austriaci dalla Superba che nel mese di dicembre fecero del 101° anniversario del gesto di Balilla un momento fondativo del biennio rivoluzionario. L’inno nella sua completezza nasce a distanza. Viene concepito a Genova da Goffredo Mameli, bardo della Giovine Italia, e invita a combattere contro l’Austria quando ancora non sono pronte le armi; si completa musicalmente a decine di chilometri di distanza, a Torino, grazie all’intervento di Michele Novaro, un musicista, compositore e tenore genovese, reduce da una esperienza professionale al Teatro italiano di Vienna, e ora attivo come secondo tenore e maestro del coro dei due maggiori teatri reali della capitale, Regio e Carignano. Nel salotto di Lorenzo Valerio un pittore genovese, Ulisse Borzino, appena arrivato a Torino porge a Novaro, in un giorno imprecisato tra il settembre e il novembre 1847, un foglio ricevuto dal comune amico genovese Mameli. Vi è il testo del Canto degli italiani, che, stando alla testimonianza di Novaro, quest’ultimo musicò la notte stessa. Da quel momento l’inno risuonerà in ogni angolo della Penisola nel corso di tutto il biennio successivo. La fortuna della sua melodia e delle sue parole lo terrà in vita anche nel riflusso post-rivoluzionario. Grazie all’abbinamento all’Inno di Garibaldi del poeta Luigi Mercantini, musicato da Alessio Olivieri (declamato per la prima volta nella Villa dello Zerbino di Gabriele Camozzi, sulle colline genovesi tra il finire del 1858 e l’inizio del 1859), Fratelli d’Italia conobbe una nuova fortuna pubblica, che lo accompagnò sino al Novecento. Le sei strofe divennero l’inno nazionale italiano soltanto dopo la proclamazione della Repubblica italiana, ma in via provvisoria, il 12 ottobre 1946; e in via definitiva soltanto nel 2017.

Goffredo Mameli e il Canto degli italiani

Silvia Cavicchioli
2025-01-01

Abstract

Del potenziale dei rituali musicali in termini di auto riconoscimento collettivo e di strumento di comunicazione presso le moltitudini si era bene accorto Mazzini sin dagli anni Trenta, dedicando due saggi militanti al teatro parlato e cantato, e ponendo al centro della sua riflessione la musica «sola favella comune a tutte [le] nazioni». Una nuova epoca di successo per gli inni di popolo arrivò con il «Calendimaggio della rivoluzione italiana» annunciato da Dall’Ongaro: l’elezione di Pio IX suscitò pubblici tridui immediatamente accompagnati da rituali sonori. La concessione dell’amnistia del 1846 fu salutata dal Grido di esultazione riconoscente di Rossini (in effetti una rielaborazione del Coro dei Bardi da La donna del lago), e nei mesi seguenti si accavallarono composizioni ad hoc e riletture nuove, alla luce dell’attualità politica, di frammenti di Bellini e di Verdi. Nel giro di pochi mesi fu tutto un fiorire di inni corali in onore del papa, fino all’apice delle celebrazioni del primo anno di pontificato (luglio 1847). La nascita e i primi passi del canto destinato a divenire il nostro inno nazionale si collocano proprio in quei frangenti e si intrecciano agli eventi dello scorcio del 1847, tra le riforme concesse da Carlo Alberto alla fine di ottobre, l’usuale viaggio del re a Genova di fine anno e le commemorazioni della cacciata degli austriaci dalla Superba che nel mese di dicembre fecero del 101° anniversario del gesto di Balilla un momento fondativo del biennio rivoluzionario. L’inno nella sua completezza nasce a distanza. Viene concepito a Genova da Goffredo Mameli, bardo della Giovine Italia, e invita a combattere contro l’Austria quando ancora non sono pronte le armi; si completa musicalmente a decine di chilometri di distanza, a Torino, grazie all’intervento di Michele Novaro, un musicista, compositore e tenore genovese, reduce da una esperienza professionale al Teatro italiano di Vienna, e ora attivo come secondo tenore e maestro del coro dei due maggiori teatri reali della capitale, Regio e Carignano. Nel salotto di Lorenzo Valerio un pittore genovese, Ulisse Borzino, appena arrivato a Torino porge a Novaro, in un giorno imprecisato tra il settembre e il novembre 1847, un foglio ricevuto dal comune amico genovese Mameli. Vi è il testo del Canto degli italiani, che, stando alla testimonianza di Novaro, quest’ultimo musicò la notte stessa. Da quel momento l’inno risuonerà in ogni angolo della Penisola nel corso di tutto il biennio successivo. La fortuna della sua melodia e delle sue parole lo terrà in vita anche nel riflusso post-rivoluzionario. Grazie all’abbinamento all’Inno di Garibaldi del poeta Luigi Mercantini, musicato da Alessio Olivieri (declamato per la prima volta nella Villa dello Zerbino di Gabriele Camozzi, sulle colline genovesi tra il finire del 1858 e l’inizio del 1859), Fratelli d’Italia conobbe una nuova fortuna pubblica, che lo accompagnò sino al Novecento. Le sei strofe divennero l’inno nazionale italiano soltanto dopo la proclamazione della Repubblica italiana, ma in via provvisoria, il 12 ottobre 1946; e in via definitiva soltanto nel 2017.
2025
Lessico per la Repubblica. Dal Risorgimento all'integrazione europea
Il Mulino
191
194
978-88-15-39463-7
Risorgimento, Inno nazionale, Canto degli italiani, Goffredo Mameli
Silvia Cavicchioli
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/2318/2124623
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