“There Is No Alternative” (“Non c’è alternativa”): tra le tante frasi che hanno reso (im)popolare Margaret Thatcher, Silvia Albertazzi sceglie questa, sintetizzata dall’acronimo TINA, come titolo per il suo volume (MachinaLibro / DeriveApprodi, pp. 243, € 18). Il sottotitolo invece, La cultura britannica al tempo di Margaret Thatcher, allude alle innumerevoli alternative che letteratura, cinema, musica e fotografia hanno immaginato per andare oltre i ristretti confini di quello slogan “ammazzasogni”. Primo Ministro per tre mandati dal 1979 al 1990, Thatcher rigetta tutte le ideologie libertarie e progressiste degli anni ’60 e ’70, e impone il libero mercato con il suo corollario di ‘ismi’ (monetarismo, carrierismo, nazionalismo…) fino al punto di “difendere la disuguaglianza sociale come un prezioso valore”. È proprio la frattura sociale ad acuirsi, a causa di privatizzazioni di servizi pubblici, de-regolamentazione nel mercato del lavoro e licenziamenti – frattura che esplode nell’84-85 con il lunghissimo sciopero dei minatori. Scioperanti e organizzazioni di sinistra diventano i ‘nemici interni’, rispolverando una definizione cara a Winston Churchill. TINA inizia descrivendo un contesto in cui anche editoria, librerie, università e cultura vengono abbandonate alle leggi del mercato, per soffermarsi sull’ascesa dei grandi premi letterari e del potere degli agenti. Emblematica è la parabola da star writer di Rushdie, autore cui Albertazzi (studiosa di letterature postcoloniali) ha già dedicato la monografia Leggere Salman Rushdie (Carocci 2025). Dopo questo primo capitolo di contesto, il libro ci conduce lungo sogni e percorsi artistici degli anni ’80. Con analisi testuali e contestuali sempre approfondite, TINA mette in dialogo generi apparentemente lontani come romanzo, film e canzone – per non parlare della fotografia, altra passione di Albertazzi (Letteratura e fotografia, Carocci 2017). Se un altro slogan individualista di Thatcher è “la società non esiste”, il romanzo postmoderno britannico degli ’80 sfalda e frammenta l’identità individuale senza ridursi a gioco intellettuale, grazie a Julian Barnes, Graham Swift e Angela Carter. Nel cinema, il disfacimento della dimensione sociale si incarna nella distopia nostalgico-visionaria di Terry Gilliam in Brazil, nella volgare ferocia dei nuovi ricchi con lo stile pittorico de Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante di Peter Greenaway, fino alle pagine che accostano la cinematografia di Derek Jarman all’album This Is the Sea dei Waterboys. Nei suoi primi anni al potere, Thatcher rispolvera la nostalgia per il passato imperiale con la vittoria nelle Falkland del 1982, abolisce lo ius soli e prende di mira le comunità immigrate in Gran Bretagna come altro ‘nemico interno’, criminalizzando e reprimendo (“il vostro nuovo, e ultimo, impero”, scriveva Rushdie). Albertazzi accosta la sua analisi dei capolavori di Rushdie con la novità rappresentata dai film di Stephen Frears e Hanif Kureishi come My Beautiful Laundrette, che ritraggono il mosaico etnico-sessuale britannico abbandonando ogni rispettoso cliché. Nel cinema sono i valori e le gerarchie vittoriane di famiglia e patriarcato, che Thatcher vorrebbe riportare in auge, ad essere messe a nudo nel modo più impietoso dal realismo accentuato di Mike Leigh e dall’impressionismo lirico di Terence Davies. TINA apre svariati squarci, tra loro molto diversi, sulla creatività degli anni ’80, come la fuga che Bruce Chatwin compie con i suoi viaggi, oppure la satira malinconica nella fotografia di Martin Parr e nelle canzoni degli Smiths. Ma il volume non ha certo pretese enciclopediche, e quindi ha il pregio non secondario di ispirare chi legge a colmare vuoti: come non pensare al teatro, e a caustiche opere anti-thatcheriane come Top Girls di Caryl Churchill, che forse richiederebbero un libro a parte? Oppure, in ambito musicale, al primo album dei Tears for Fears (The Hurting) che mette in primo piano le profonde fragilità dell’individuo tanto esaltato da Thatcher? O alle ballate antimilitariste degli scozzesi Big Country? Lo stesso vale per la necessaria conclusione del volume, sulla permanenza spettrale dell’ideologia thatcheriana nei decenni successivi: se La famiglia Winshaw di Jonathan Coe è un romanzo imprescindibile per la critica al neoliberismo post- Thatcher, mi pare sia soprattutto il suo sequel, Numero 11, a fotografare come la rapacità neoliberista sfrutta nuove ondate migratorie e compone l’incubo del nostro presente. “Gli anni ’80 continueranno all’infinito”, scriveva Alan Hollinghurst: è facile percepirlo, oggi, anche da una prospettiva italiana, leggendo le pagine di TINA sul “populismo autoritario” di Thatcher che estorceva il consenso “facendo leva sulla paura del disordine e del conflitto sociale”.
Come siamo sopravvissuti, a stento, a Margaret Thatcher
Deandrea, Pietro
2026-01-01
Abstract
“There Is No Alternative” (“Non c’è alternativa”): tra le tante frasi che hanno reso (im)popolare Margaret Thatcher, Silvia Albertazzi sceglie questa, sintetizzata dall’acronimo TINA, come titolo per il suo volume (MachinaLibro / DeriveApprodi, pp. 243, € 18). Il sottotitolo invece, La cultura britannica al tempo di Margaret Thatcher, allude alle innumerevoli alternative che letteratura, cinema, musica e fotografia hanno immaginato per andare oltre i ristretti confini di quello slogan “ammazzasogni”. Primo Ministro per tre mandati dal 1979 al 1990, Thatcher rigetta tutte le ideologie libertarie e progressiste degli anni ’60 e ’70, e impone il libero mercato con il suo corollario di ‘ismi’ (monetarismo, carrierismo, nazionalismo…) fino al punto di “difendere la disuguaglianza sociale come un prezioso valore”. È proprio la frattura sociale ad acuirsi, a causa di privatizzazioni di servizi pubblici, de-regolamentazione nel mercato del lavoro e licenziamenti – frattura che esplode nell’84-85 con il lunghissimo sciopero dei minatori. Scioperanti e organizzazioni di sinistra diventano i ‘nemici interni’, rispolverando una definizione cara a Winston Churchill. TINA inizia descrivendo un contesto in cui anche editoria, librerie, università e cultura vengono abbandonate alle leggi del mercato, per soffermarsi sull’ascesa dei grandi premi letterari e del potere degli agenti. Emblematica è la parabola da star writer di Rushdie, autore cui Albertazzi (studiosa di letterature postcoloniali) ha già dedicato la monografia Leggere Salman Rushdie (Carocci 2025). Dopo questo primo capitolo di contesto, il libro ci conduce lungo sogni e percorsi artistici degli anni ’80. Con analisi testuali e contestuali sempre approfondite, TINA mette in dialogo generi apparentemente lontani come romanzo, film e canzone – per non parlare della fotografia, altra passione di Albertazzi (Letteratura e fotografia, Carocci 2017). Se un altro slogan individualista di Thatcher è “la società non esiste”, il romanzo postmoderno britannico degli ’80 sfalda e frammenta l’identità individuale senza ridursi a gioco intellettuale, grazie a Julian Barnes, Graham Swift e Angela Carter. Nel cinema, il disfacimento della dimensione sociale si incarna nella distopia nostalgico-visionaria di Terry Gilliam in Brazil, nella volgare ferocia dei nuovi ricchi con lo stile pittorico de Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante di Peter Greenaway, fino alle pagine che accostano la cinematografia di Derek Jarman all’album This Is the Sea dei Waterboys. Nei suoi primi anni al potere, Thatcher rispolvera la nostalgia per il passato imperiale con la vittoria nelle Falkland del 1982, abolisce lo ius soli e prende di mira le comunità immigrate in Gran Bretagna come altro ‘nemico interno’, criminalizzando e reprimendo (“il vostro nuovo, e ultimo, impero”, scriveva Rushdie). Albertazzi accosta la sua analisi dei capolavori di Rushdie con la novità rappresentata dai film di Stephen Frears e Hanif Kureishi come My Beautiful Laundrette, che ritraggono il mosaico etnico-sessuale britannico abbandonando ogni rispettoso cliché. Nel cinema sono i valori e le gerarchie vittoriane di famiglia e patriarcato, che Thatcher vorrebbe riportare in auge, ad essere messe a nudo nel modo più impietoso dal realismo accentuato di Mike Leigh e dall’impressionismo lirico di Terence Davies. TINA apre svariati squarci, tra loro molto diversi, sulla creatività degli anni ’80, come la fuga che Bruce Chatwin compie con i suoi viaggi, oppure la satira malinconica nella fotografia di Martin Parr e nelle canzoni degli Smiths. Ma il volume non ha certo pretese enciclopediche, e quindi ha il pregio non secondario di ispirare chi legge a colmare vuoti: come non pensare al teatro, e a caustiche opere anti-thatcheriane come Top Girls di Caryl Churchill, che forse richiederebbero un libro a parte? Oppure, in ambito musicale, al primo album dei Tears for Fears (The Hurting) che mette in primo piano le profonde fragilità dell’individuo tanto esaltato da Thatcher? O alle ballate antimilitariste degli scozzesi Big Country? Lo stesso vale per la necessaria conclusione del volume, sulla permanenza spettrale dell’ideologia thatcheriana nei decenni successivi: se La famiglia Winshaw di Jonathan Coe è un romanzo imprescindibile per la critica al neoliberismo post- Thatcher, mi pare sia soprattutto il suo sequel, Numero 11, a fotografare come la rapacità neoliberista sfrutta nuove ondate migratorie e compone l’incubo del nostro presente. “Gli anni ’80 continueranno all’infinito”, scriveva Alan Hollinghurst: è facile percepirlo, oggi, anche da una prospettiva italiana, leggendo le pagine di TINA sul “populismo autoritario” di Thatcher che estorceva il consenso “facendo leva sulla paura del disordine e del conflitto sociale”.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



