Il saggio presenta gli esiti multidisciplinari di un progetto di ricerca che si è proposto di riesaminare tutti i reperti in pietra ollare documentati nei 44 siti archeologici valtellinesi esplorati dalla Soprintendenza Archeologica della Lombardia tra il 1980 e il 2012, con un focus specifico sui siti produttivi della Valmalenco, nel contesto delle ricerche attualmente in corso da parte di molti gruppi di ricerca, italiani e stranieri, in merito alla pietra ollare. La ricerca ha prodotto una caratterizzazione puntuale sia di reperti di scavo sia di numerose cave della Valmalenco mediante l’uso complementare di tecniche analitiche (mineralogia, tessiture, petrografia, geochimica, mineral chemistry), in accordo con gli orientamenti dalla letteratura scientifica mineralogica e petrografica più aggiornata. Le analisi archeometriche hanno consentito di realizzare una banca dati dei litotipi impiegati e, nel contempo, di comprendere se i campioni selezionati potessero essere ricondotti alle rocce delle cave esistenti, mappate e rilevate a Chiesa Valmalenco, a Lanzada, in val Lanterna o nella limitrofa val Masino, ovvero se fossero da riferire alla Valchiavenna e alla sua ben più nota tradizione produttiva. Per il raggiungimento di questi obiettivi sono state realizzate azioni pluridisciplinari, partendo dal riesame di tutti i reperti in pietra ollare altomedievali e medievali, in particolare quelli restituiti dai contesti urbani di scavo archeologico di Sondrio e di tutta la Media, Bassa e Alta Valle. A questo primo consistente gruppo di oggetti, sono stati aggiunti altri reperti conservati al Museo Archeologico di Sondrio-MVSA, insieme a contenitori in pietra ollare e strumenti legati alla loro tornitura, di interesse più etnografico, provenienti dalla Valmalenco stessa. È stato così possibile documentare, per molti manufatti, la diretta correlazione a una specifica cava, non soltanto all’areale della Valmalenco, fornendo in questo modo la possibilità di avviare una rilettura della storia della valle, con identificazione dei suoi contesti estrattivi in prospettiva diacronica. In primo luogo, dunque, è stato confermato l’utilizzo dei due litotipi di pietra, rocce talcose a carbonati magnesiaci di colore grigio-azzurro e cloritoscisti di colore verde, già a partire dall’età romana e l’altomedioevo: entrambi risultano impiegati fra il vasellame domestico dei siti d’abitato indagati. L’analisi specifica dei singoli manufatti ha consentito di puntualizzare il dato cronologico circa lo sfruttamento di alcune cave malenche. L’utilizzo dei talcoscisti grigi della val Lanterna sembra essere iniziato già in età romana per proseguire nel VI e VII secolo, epoca a cui si possono far risalire anche i primi campioni riferibili alla pietra verde dell’Alpe Pirlo. Dunque la ricerca ha consentito di iniziare a disegnare una geografia produttiva della Valmalenco, diacronicamente dinamica, le cui modalità di sfruttamento sfuggono per secoli così risalenti. La ricerca è completata da una lettura retrospettiva di fonti inedite del pieno medioevo, associata allo studio della toponomastica, che apre prospettive di indagine inedite e consente la formulazione di ipotesi riguardo alle dinamiche di gestione e lavorazione dei filoni.

La pietra ollare della Val Malenco e il suo sfruttamento tra età romana e Medioevo. Una rilettura dei rinvenimenti archeologici valtellinesi provenienti dagli scavi della Soprintendenza Archeologica della Lombardia (1980-2012)

de Vingo P.
First
Membro del Collaboration Group
;
2025-01-01

Abstract

Il saggio presenta gli esiti multidisciplinari di un progetto di ricerca che si è proposto di riesaminare tutti i reperti in pietra ollare documentati nei 44 siti archeologici valtellinesi esplorati dalla Soprintendenza Archeologica della Lombardia tra il 1980 e il 2012, con un focus specifico sui siti produttivi della Valmalenco, nel contesto delle ricerche attualmente in corso da parte di molti gruppi di ricerca, italiani e stranieri, in merito alla pietra ollare. La ricerca ha prodotto una caratterizzazione puntuale sia di reperti di scavo sia di numerose cave della Valmalenco mediante l’uso complementare di tecniche analitiche (mineralogia, tessiture, petrografia, geochimica, mineral chemistry), in accordo con gli orientamenti dalla letteratura scientifica mineralogica e petrografica più aggiornata. Le analisi archeometriche hanno consentito di realizzare una banca dati dei litotipi impiegati e, nel contempo, di comprendere se i campioni selezionati potessero essere ricondotti alle rocce delle cave esistenti, mappate e rilevate a Chiesa Valmalenco, a Lanzada, in val Lanterna o nella limitrofa val Masino, ovvero se fossero da riferire alla Valchiavenna e alla sua ben più nota tradizione produttiva. Per il raggiungimento di questi obiettivi sono state realizzate azioni pluridisciplinari, partendo dal riesame di tutti i reperti in pietra ollare altomedievali e medievali, in particolare quelli restituiti dai contesti urbani di scavo archeologico di Sondrio e di tutta la Media, Bassa e Alta Valle. A questo primo consistente gruppo di oggetti, sono stati aggiunti altri reperti conservati al Museo Archeologico di Sondrio-MVSA, insieme a contenitori in pietra ollare e strumenti legati alla loro tornitura, di interesse più etnografico, provenienti dalla Valmalenco stessa. È stato così possibile documentare, per molti manufatti, la diretta correlazione a una specifica cava, non soltanto all’areale della Valmalenco, fornendo in questo modo la possibilità di avviare una rilettura della storia della valle, con identificazione dei suoi contesti estrattivi in prospettiva diacronica. In primo luogo, dunque, è stato confermato l’utilizzo dei due litotipi di pietra, rocce talcose a carbonati magnesiaci di colore grigio-azzurro e cloritoscisti di colore verde, già a partire dall’età romana e l’altomedioevo: entrambi risultano impiegati fra il vasellame domestico dei siti d’abitato indagati. L’analisi specifica dei singoli manufatti ha consentito di puntualizzare il dato cronologico circa lo sfruttamento di alcune cave malenche. L’utilizzo dei talcoscisti grigi della val Lanterna sembra essere iniziato già in età romana per proseguire nel VI e VII secolo, epoca a cui si possono far risalire anche i primi campioni riferibili alla pietra verde dell’Alpe Pirlo. Dunque la ricerca ha consentito di iniziare a disegnare una geografia produttiva della Valmalenco, diacronicamente dinamica, le cui modalità di sfruttamento sfuggono per secoli così risalenti. La ricerca è completata da una lettura retrospettiva di fonti inedite del pieno medioevo, associata allo studio della toponomastica, che apre prospettive di indagine inedite e consente la formulazione di ipotesi riguardo alle dinamiche di gestione e lavorazione dei filoni.
2025
LII
345
378
Pietra ollare, Val Malenco, Tardoantico, Altomedioevo, Litotipi, Produzione, Commercializzazione
de Vingo P., Gugliemetti A., Tremari M., Cavallo A., Guerra S., Pezzola R.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/2318/2160631
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