Prima la tecnica cinematografica, poi quella televisiva, hanno fornito nuovi strumenti alla ricerca antropologica e alla sua divulgazione. Ma questo materiale audiovisivo rimane, soprattutto in Italia, poco accessibile persino agli specialisti. Una recente iniziativa del canale televisivo sperimentale RaiSat, che trasmette dal satellite Olympus su tutto il bacino del Mediterraneo, ha permesso di raccogliere e ripubblicare un buon numero di classici dell' antropologia visuale in una serie di trasmissioni che ha come tema i comportamenti non verbali, e dunque i rituali, i fenomeni artistici e simbolici, di numerose popolazioni di varie parti del mondo. La serie si intitola «Churinga», dal nome di quegli oggetti sacri degli Aranda dell' Australia centrale che, carichi di significati simbolici, costituiscono immagini potenti di quella cultura. «Churinga» va in onda già da qualche settimana su RaiSat, alle ore 20 di ogni martedì. Filmare, prima che sia troppo tardi le culture che scompaiono è diventata un' urgenza della ricerca antropologica e della sua divulgazione. I musei dell' uomo si stanno pian piano dotando di archivi di film etnografici, documenti preziosi della vita delle società semplici, che a volte meglio degli oggetti, avulsi dal loro contesto sociale, ci fanno capire un po' come queste popolazioni vivevano e, soprattutto, rendono possibile la conservazione dei dati etnografici. Il contatto tra popolazioni e culture diverse porta con sè una irreversibile diminuzione delle differenze culturali. Negli ultimi tre secoli intere popolazioni sono fisicamente scomparse in America e in Groenlandia in seguito all' arrivo dei bianchi, portatori di nuove e letali malattie e di molte altre novità in grado di produrre modificazioni profonde e spesso devastanti. L' idea di società chiuse in un loro splendido e teoricamente controllabile isolamento è certo l' illusione di un' antropologia superata. In realtà ogni etnia oscilla costantemente tra il bisogno di chiudersi nelle proprie tradizioni e quello di aprirsi al contatto con i mondi vicini. Ma complessivamente il nostro secolo ha assistito a un generale e massiccio impoverimento delle tradizioni locali e all' intensificarsi delle relazioni tra diverse culture. Già nel 1955 Claude Levi Strauss denunciava in «Tristi Tropici» l' avvento della monocultura, come quella della barbabietola. Si vanno piano piano assottigliando, in definitiva, le condizioni che rendono possibile e affascinante lo studio antropologico dell' uomo basato sulle sue differenze. «Verrà il tempo in cui l' illuminazione dell' autentico shock culturale sarà più difficile da raggiungere» scriveva Margaret Mead in un intervento che si può considerare per certi versi la fondazione dell' antropologia visuale, cioè di quella branca dell' antropologia che utilizza sistematicamente gli strumenti di registrazione audiovisiva. Margaret Mead fu con Gregory Bateson una pioniera in questo campo. I due si recarono a Bali e in Nuova Guinea tra il 1934 e il 1937, dove realizzarono una vasta ricerca fotografica e cinematografica con lo scopo di mettere in luce gli aspetti visibili dell' ethos dei Balinesi e degli Iatmul, cioè il «modo in cui essi come persone che vivono, si muovono, stanno in piedi, dormono, danzano e vanno in trance incarnano quella astrazione che noi chiamiamo cultura». Se questo fu il primo esempio di raccolta sistematica di documenti etnografici filmati, altri tentativi erano già stati fatti fin dalle origini del cinema. I filmati di Alfred Cort Haddon nello stretto di Torres del 1898, quelli di Baldwin Spencer tra gli Aranda dell' Australia centrale del 1901, quelli di Poch in Nuova Guinea del 1904 sono documenti preziosi anche se brevi e malcerti. La grande stagione del documentarismo inglese contribuisce anch' essa allo sviluppo dell' antropologia visuale con i film realizzati da Basil Wright e John Grierson negli Anni Trenta. E negli stessi anni gli antropologi Marcel Griaule, Franz Boas e Norman Tindale si cimentano tutti con la cinepresa, spinti dalla necessità della documentazione etnografica. Una piccola rivoluzione giunge negli Anni Cinquanta con i film africani di Jean Rouch, etnologo e cineasta francese che mette in discussione la presunta scientificità della distanza tra l' osservatore e l' indigeno e riportando al cinema il metodo, che risale a Bronislav Malinowski, dell' osservazione partecipante inventa la «macchina da presa partecipante»: con questo metodo gira numerosi documentari in cui il punto di vista resta sempre molto interno alla realtà studiata.

Churinga. Un progetto di antropologia visuale

PENNACINI, Cecilia
1990

Abstract

Prima la tecnica cinematografica, poi quella televisiva, hanno fornito nuovi strumenti alla ricerca antropologica e alla sua divulgazione. Ma questo materiale audiovisivo rimane, soprattutto in Italia, poco accessibile persino agli specialisti. Una recente iniziativa del canale televisivo sperimentale RaiSat, che trasmette dal satellite Olympus su tutto il bacino del Mediterraneo, ha permesso di raccogliere e ripubblicare un buon numero di classici dell' antropologia visuale in una serie di trasmissioni che ha come tema i comportamenti non verbali, e dunque i rituali, i fenomeni artistici e simbolici, di numerose popolazioni di varie parti del mondo. La serie si intitola «Churinga», dal nome di quegli oggetti sacri degli Aranda dell' Australia centrale che, carichi di significati simbolici, costituiscono immagini potenti di quella cultura. «Churinga» va in onda già da qualche settimana su RaiSat, alle ore 20 di ogni martedì. Filmare, prima che sia troppo tardi le culture che scompaiono è diventata un' urgenza della ricerca antropologica e della sua divulgazione. I musei dell' uomo si stanno pian piano dotando di archivi di film etnografici, documenti preziosi della vita delle società semplici, che a volte meglio degli oggetti, avulsi dal loro contesto sociale, ci fanno capire un po' come queste popolazioni vivevano e, soprattutto, rendono possibile la conservazione dei dati etnografici. Il contatto tra popolazioni e culture diverse porta con sè una irreversibile diminuzione delle differenze culturali. Negli ultimi tre secoli intere popolazioni sono fisicamente scomparse in America e in Groenlandia in seguito all' arrivo dei bianchi, portatori di nuove e letali malattie e di molte altre novità in grado di produrre modificazioni profonde e spesso devastanti. L' idea di società chiuse in un loro splendido e teoricamente controllabile isolamento è certo l' illusione di un' antropologia superata. In realtà ogni etnia oscilla costantemente tra il bisogno di chiudersi nelle proprie tradizioni e quello di aprirsi al contatto con i mondi vicini. Ma complessivamente il nostro secolo ha assistito a un generale e massiccio impoverimento delle tradizioni locali e all' intensificarsi delle relazioni tra diverse culture. Già nel 1955 Claude Levi Strauss denunciava in «Tristi Tropici» l' avvento della monocultura, come quella della barbabietola. Si vanno piano piano assottigliando, in definitiva, le condizioni che rendono possibile e affascinante lo studio antropologico dell' uomo basato sulle sue differenze. «Verrà il tempo in cui l' illuminazione dell' autentico shock culturale sarà più difficile da raggiungere» scriveva Margaret Mead in un intervento che si può considerare per certi versi la fondazione dell' antropologia visuale, cioè di quella branca dell' antropologia che utilizza sistematicamente gli strumenti di registrazione audiovisiva. Margaret Mead fu con Gregory Bateson una pioniera in questo campo. I due si recarono a Bali e in Nuova Guinea tra il 1934 e il 1937, dove realizzarono una vasta ricerca fotografica e cinematografica con lo scopo di mettere in luce gli aspetti visibili dell' ethos dei Balinesi e degli Iatmul, cioè il «modo in cui essi come persone che vivono, si muovono, stanno in piedi, dormono, danzano e vanno in trance incarnano quella astrazione che noi chiamiamo cultura». Se questo fu il primo esempio di raccolta sistematica di documenti etnografici filmati, altri tentativi erano già stati fatti fin dalle origini del cinema. I filmati di Alfred Cort Haddon nello stretto di Torres del 1898, quelli di Baldwin Spencer tra gli Aranda dell' Australia centrale del 1901, quelli di Poch in Nuova Guinea del 1904 sono documenti preziosi anche se brevi e malcerti. La grande stagione del documentarismo inglese contribuisce anch' essa allo sviluppo dell' antropologia visuale con i film realizzati da Basil Wright e John Grierson negli Anni Trenta. E negli stessi anni gli antropologi Marcel Griaule, Franz Boas e Norman Tindale si cimentano tutti con la cinepresa, spinti dalla necessità della documentazione etnografica. Una piccola rivoluzione giunge negli Anni Cinquanta con i film africani di Jean Rouch, etnologo e cineasta francese che mette in discussione la presunta scientificità della distanza tra l' osservatore e l' indigeno e riportando al cinema il metodo, che risale a Bronislav Malinowski, dell' osservazione partecipante inventa la «macchina da presa partecipante»: con questo metodo gira numerosi documentari in cui il punto di vista resta sempre molto interno alla realtà studiata.
RAI SAT
Antropologia visiva; film etnografico
Cecilia Pennacini
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/2318/109282
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