Territory emblematises the contradictions, lacunae, ambiguities, and shortcomings of constitutionalism; at the same time, it represents — both as a concrete dimension and as a theoretical construct — a potential site for the development of forms of constitutionalism capable of transcending the current status quo. The fragmentation of territorial space renders tangible the tension between the universality of rights and the sovereignty of States; legal statuses associated with territorial belonging (chief among them, citizenship) often serve as instruments for defining zones of exclusion from the sphere of rights. Borders, while guaranteeing rights and equality within, simultaneously delineate their limits, separating citizens from non-citizens, those who are admitted from those who are excluded. A renewed constitutionalism must engage with the imperative of a truly effective and universal guarantee of fundamental rights, overcoming the constraints of state boundaries through the recognition of the right to migrate, and addressing the need to decolonise a catalogue of rights that, though formally universal, remains embedded in Western paradigms and susceptible to instrumentalisation. In this sense, territory functions as a threshold space, marking the boundary between inclusion and exclusion — not only in a physical sense, but also in legal and symbolic terms — even in the absence of migration. From a socio-political perspective, the territory of the polis, traditionally conceived as the locus of rights protection, may itself become the perimeter of the camp (such as migrant detention centres) or of the prison: tangible expressions of structural inequality or the denial of political participation. This also includes the question of peripheral areas, both geographic and social, within contemporary urban contexts — territories that materialise and reproduce patterns of exclusion and inequality. Territory thus emerges as a field of conflict: on the one hand, commodified and exploited within the logic of neoliberal governance, increasingly marked by inequality and authoritarian tendencies; on the other, as a space of social agency and collective presence, in which the person and their needs are re-centred within a framework of equality and participation. Divergent understandings of territory can give rise to alternative imaginaries and constitutional configurations. The question remains: which forces are capable of sustaining and advancing a form of constitutionalism that stands in opposition to — and moves beyond — the prevailing order? Il territorio riflette emblematicamente le contraddizioni, le lacune, le ambiguità e le inattuazioni del costituzionalismo; nello stesso tempo, sul territorio insistono, come esperienze concrete e come immaginario, sentieri e spazi di evoluzione per un costituzionalismo oltre l’esistente. La parcellizzazione del territorio materializza la contraddizione tra universalità dei diritti e sovranità degli Stati; gli status giuridici connessi al territorio (in primis la cittadinanza) divengono strumento per perimetrare l’area dell’esclusione dai diritti. Non solo: i confini che dividono i territori, anche quando assicurano diritti ed eguaglianza all’interno, li circoscrivono, distinguendo cittadini da non cittadini, ammessi da respinti. Le nuove frontiere del costituzionalismo richiedono una garanzia dei diritti effettiva ed universale, il superamento delle frontiere con il riconoscimento del diritto di migrare; ferma restando la necessità di decolonizzare diritti sanciti come universali ma segnati dalla matrice e dalle strumentalizzazioni occidentali. Il territorio, quindi, appare come luogo che segna il confine fra inclusione ed esclusione, fisica e giuridica, anche a prescindere dalla condizione di migrante, sotto il profilo sociale e politico. In altri termini, anche nello spazio della polis, come luogo di garanzia dei diritti, il territorio può essere delimitato, a segnare l’area di un campo (come non pensare ai centri di permanenza per il rimpatrio?) e di un carcere, ovvero rappresentare la riproduzione plastica della diseguaglianza, o, ancora, indicare aree precluse alla partecipazione politica. È il discorso delle periferie geografiche come sociali: la diseguaglianza che perimetra e connota le città dentro la città. Il territorio appare come terreno di conflitto: da un lato, c’è il territorio mercificato e oggetto di predazione nel contesto di una razionalità di governo neoliberale, un governo viepiù segnato dalla diseguaglianza e autoritario; dall’altro, il territorio come spazio di una socialità che rivendica la centralità della persona e dei suoi bisogni, nell’orizzonte dell’uguaglianza e della partecipazione. Ancora: a partire dal modo di intendere il territorio, possono affermarsi altre visioni del mondo, differenti cosmogonie. Quali sono le forze che possono sostenere e promuovere il costituzionalismo contro l’esistente e quello oltre l’esistente?
Il territorio per un costituzionalismo oltre l’esistente
A. Algostino
2025-01-01
Abstract
Territory emblematises the contradictions, lacunae, ambiguities, and shortcomings of constitutionalism; at the same time, it represents — both as a concrete dimension and as a theoretical construct — a potential site for the development of forms of constitutionalism capable of transcending the current status quo. The fragmentation of territorial space renders tangible the tension between the universality of rights and the sovereignty of States; legal statuses associated with territorial belonging (chief among them, citizenship) often serve as instruments for defining zones of exclusion from the sphere of rights. Borders, while guaranteeing rights and equality within, simultaneously delineate their limits, separating citizens from non-citizens, those who are admitted from those who are excluded. A renewed constitutionalism must engage with the imperative of a truly effective and universal guarantee of fundamental rights, overcoming the constraints of state boundaries through the recognition of the right to migrate, and addressing the need to decolonise a catalogue of rights that, though formally universal, remains embedded in Western paradigms and susceptible to instrumentalisation. In this sense, territory functions as a threshold space, marking the boundary between inclusion and exclusion — not only in a physical sense, but also in legal and symbolic terms — even in the absence of migration. From a socio-political perspective, the territory of the polis, traditionally conceived as the locus of rights protection, may itself become the perimeter of the camp (such as migrant detention centres) or of the prison: tangible expressions of structural inequality or the denial of political participation. This also includes the question of peripheral areas, both geographic and social, within contemporary urban contexts — territories that materialise and reproduce patterns of exclusion and inequality. Territory thus emerges as a field of conflict: on the one hand, commodified and exploited within the logic of neoliberal governance, increasingly marked by inequality and authoritarian tendencies; on the other, as a space of social agency and collective presence, in which the person and their needs are re-centred within a framework of equality and participation. Divergent understandings of territory can give rise to alternative imaginaries and constitutional configurations. The question remains: which forces are capable of sustaining and advancing a form of constitutionalism that stands in opposition to — and moves beyond — the prevailing order? Il territorio riflette emblematicamente le contraddizioni, le lacune, le ambiguità e le inattuazioni del costituzionalismo; nello stesso tempo, sul territorio insistono, come esperienze concrete e come immaginario, sentieri e spazi di evoluzione per un costituzionalismo oltre l’esistente. La parcellizzazione del territorio materializza la contraddizione tra universalità dei diritti e sovranità degli Stati; gli status giuridici connessi al territorio (in primis la cittadinanza) divengono strumento per perimetrare l’area dell’esclusione dai diritti. Non solo: i confini che dividono i territori, anche quando assicurano diritti ed eguaglianza all’interno, li circoscrivono, distinguendo cittadini da non cittadini, ammessi da respinti. Le nuove frontiere del costituzionalismo richiedono una garanzia dei diritti effettiva ed universale, il superamento delle frontiere con il riconoscimento del diritto di migrare; ferma restando la necessità di decolonizzare diritti sanciti come universali ma segnati dalla matrice e dalle strumentalizzazioni occidentali. Il territorio, quindi, appare come luogo che segna il confine fra inclusione ed esclusione, fisica e giuridica, anche a prescindere dalla condizione di migrante, sotto il profilo sociale e politico. In altri termini, anche nello spazio della polis, come luogo di garanzia dei diritti, il territorio può essere delimitato, a segnare l’area di un campo (come non pensare ai centri di permanenza per il rimpatrio?) e di un carcere, ovvero rappresentare la riproduzione plastica della diseguaglianza, o, ancora, indicare aree precluse alla partecipazione politica. È il discorso delle periferie geografiche come sociali: la diseguaglianza che perimetra e connota le città dentro la città. Il territorio appare come terreno di conflitto: da un lato, c’è il territorio mercificato e oggetto di predazione nel contesto di una razionalità di governo neoliberale, un governo viepiù segnato dalla diseguaglianza e autoritario; dall’altro, il territorio come spazio di una socialità che rivendica la centralità della persona e dei suoi bisogni, nell’orizzonte dell’uguaglianza e della partecipazione. Ancora: a partire dal modo di intendere il territorio, possono affermarsi altre visioni del mondo, differenti cosmogonie. Quali sono le forze che possono sostenere e promuovere il costituzionalismo contro l’esistente e quello oltre l’esistente?| File | Dimensione | Formato | |
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